Il Welfare è scomparso, ma i Piani sociali di zona erano “bollenti spiriti”.

SOCIALE

“Rilancio dei Piani sociali di zona”, chiedono i sindacati, ma si ha la sensazione che non sappiano di cosa parlano. “Cantieri aperti”, “lavori in corso”… così erano definiti nelle linee guida regionali. Lentamente sono stati “sterilizzati” da burocrati senza inventiva, un terzo settore senza passione, politici privi di visioni e di futuro.

Qualcuno ricorderà la cancellata ai servizi sociali a Manfredonia? Fu introdotta nell’autunno del 2015 insieme alla drastica riduzione dell’apertura al pubblico. Quella barriera è stata tolta (pare su richiesta della Sovrintendenza) dopo diversi mesi. Peccato! Doveva rimanere con un cartello per sottolinearne la stupidità; bloccava un bisogno naturale di ascolto, che in un periodo di crisi occorreva potenziare. Erano (solo a Manfredonia) oltre 5.000 le persone ricevute ogni anno, circa 100 la settimana, decine le telefonate al giorno. Era faticoso, ma era un servizio essenziale, le assistenti sociali stabilivano un canale prezioso di comunicazione, scoprivano cose nascoste e sapevano “tutto” (comportamenti violenti, bambini che non andavano a scuola, ma anche possibili reti di aiuto…). Da quelle voci, da quelle esigenze… si aprivano sentieri di intervento. C’erano situazioni che si risolvevano e altre no. Si facevano errori…

Il Piano sociale di zona fu un lavoro straordinario di analisi dei bisogni, di condivisione, di confronto tra 4 Comuni, servizi sanitari, associazioni, oratori, i soggetti più diversi, i singoli cittadini. Le discussioni, le proposte, i servizi programmati inducevano a pensare che i cambiamenti erano possibili. Era un tempo speso bene.

Pur con obiettivi diversi nei tre piani sociali di zona (ciascuno triennale) è stato messo in campo un lavoro a raggiera. Intorno ad un asse centrale si costruivano i servizi, quelli “essenziali ed obbligatori”, affiancati da altri innovativi e sperimentali. Così per i minori: strutture protette, integrazione scolastica, servizi educativi domiciliari e bisogni educativi speciali, affido e adozioni, recupero scolastico, teatro delle scuole, giornate dell’infanzia e convenzione dell’Onu, nati per leggere, notti in biblioteca, allattamento al seno, baby pitt stop, strade e spazi sicuri, coordinamento associazioni, famiglie numerose, Laboratorio culturale urbano, Centri polivalenti, Patto della città…  Un elenco senza stabilire priorità. Lo stesso per le disabilità, gli anziani, le famiglie, le povertà, la cittadinanza attiva… Si cercava di creare il mare dove tutti potessero nuotare. Come gli ultras (quelli della curva Sud del Manfredonia) che offrivano laboratori teatrali ai bambini di famiglie povere; un istituto religioso metteva a disposizione una grande sala per gli anziani del quartiere; i sindacati con i nonni vigili, corsi sulla sicurezza e accompagnamento per le persone sole… Il sogno? Un ambito territoriale con una comune cittadinanza sociale. La migliore prevenzione o anche pratica di cura è quella di una comunità, responsabile e competente, che “comprende” i bisogni e le diversità. Quando si parla di comunità non si intende solo quella delle associazioni, ma il condominio, il bar, le persone che si incontrano all’edicola, dal fruttivendolo, nelle feste, nelle strade…

Lavori in corso o cantieri aperti, così sono stati interpretati i Piani sociali di zona in molti ambiti. Un percorso definito e poi altre possibilità di proporre, immaginare, innovare da parte di associazioni e singoli cittadini.

Fin dall’inizio si parlò di welfare comunitario e/o generativo. Accanto alle risorse umane e materiali, si trasmetteva l’idea che all’aiuto doveva corrispondere qualcosa in cambio: un impegno nella cura di sé, dei figli, delle relazioni. Si è instaurato naturalmente un “fare assieme”. Idee nuove nascevano dalla mescolanza delle conoscenze professionali e quelle che provenivano dall’esperienza, dalla strada. Un caos creativo frutto della politica delle porte aperte. Operatori che uscivano dalle nicchie protettive e si lasciavano “sorprendere”, aprivano le porte all’immaginazione. Oggi le politiche sociali sono scomparse nel linguaggio e nelle azioni del Governo nazionale, della Regione Puglia, delle città.

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