Nei luoghi di cura sorgono, talvolta, piccole comunità. Ma tante sono le solitudini

SOCIALE

Una camera di ospedale può divenire una piccola comunità. “Ed è un bene”, commenta un’infermiera.

Quando si crea, anche per qualche giorno, si parla, si comunicano le ansie, si allenta la tensione. Ho trascorso una settimana in una stanza di 6 posti e con un solo bagno. In questo spazio di tempo sono passati una decina di persone anziane e quasi tutte hanno subito interventi abbastanza complessi. Sono luoghi dove si può comprendere come siamo cambiati di fronte alle fragilità. Si avvertono gli umori, le paure e anche la saggezza, l’attesa, l’affidarsi. Si giunge, dopo un pre-ricovero, giusto in tempo per essere operato. Un’infermiera dice: “Nudo”. “Come? Tutto?” Sorride: “Semplicemente nudo!”. In questo luogo non serve la privacy. Tra i pazienti di una stanza si condivide tutto. Con tante persone operate gli infermieri sostituiscono flebo, cateteri… a tutte le ore, giorno e notte. Un fastidio? No. Come non lo è la luce accesa, né i lamenti di chi soffre.

La prima notte un signore (80 anni), mentre si alza scivola a terra, senza rumore. Arrivano due infermieri e lo rimettono sul letto, illeso. A fianco dorme un altro signore, uno che nel pomeriggio, appena arrivato, ha cercato di montare la televisione (per fortuna non riuscendoci), e l’ha sostituita lui, raccontando piacevolmente tante vicende e avventure. Prima di spegnere la luce: “Se qualcuno ha bisogno stanotte… tanto io non dormo… dormo in piedi come i cavalli… ”. Invece quella notte dormì profondamente. E il giorno dopo si ride a lungo con lui e su di lui (l’uomo che non dorme mai).

Si vedono come sono cambiate le famiglie, i bisogni, le solitudini. E’ giusto che l’ospedale sia un luogo di cura e che dopo l’intervento si vada a casa, anche con il catetere da portare per un’altra settimana. C’è fretta a dimettere e sono gli stessi anziani a desiderarlo. A fianco a me c’è una persona che si è da poco operata, ed è contento di andare via. “Mia moglie ha l’Alzheimer e riconosce solo me, non i figli e né altri”. Mi fa leggere il foglio di dimissioni, deve portare il catetere… mi racconta a lungo come intende organizzarsi. Altri due sono nelle stesse condizioni. Un po’ preoccupati per la loro salute, ma sono contenti di uscire. Uno con un figlio disabile mentale: “Chissà cosa ha combinato?“. E sorride. L’altro dice: “Io a casa faccio tutto, cucino… e pure bene. Mia moglie ormai…“.

Ci sono cure che si possono fare a casa? Ma ci vuole un servizio di mediazione, di passaggio. Per far sentire meno soli. La domiciliarità è una necessità, un’opportunità, desiderata anche dai pazienti, ma va curata e costruita. Tutte le persone presenti in quella stanza erano del Sud (Capitanata e province vicine), e quasi tutti avevano i figli fuori, che telefonano ogni giorno, sono presenti come possono.

Le parole sono importanti. Un medico dice a un paziente ricoverato da diversi giorni: “Noi in questo reparto operiamo, tu invece hai bisogno di cure e devi andare al piano di sopra. Devi andare in oncologia, va bene?” Il medico parla con voce suadente e lentamente. “Vedrai che lì troveranno una soluzione. Le cure giuste“. La persona si sente sollevata: “Sì, va bene. Grazie”. Poi, quando il medico si è allontanato, mi confessa: “Speriamo che trovano la soluzione a questi dolori“. Riusciamo a sorridere insieme. Dopo qualche ora mi chiede, con il cellulare aperto: “Mia moglie e mio figlio vogliono sapere come si chiama quel reparto dove mi spostano…

In giro vedo almeno due immigrati, sono spaesati, non hanno nemmeno il pigiama. E’ recente la polemica del presidente dell’ordine degli psicologi  con il governatore della Regione Puglia, a proposito dell’assunzione di un solo psicologo per ogni Asl. E’ negli ospedali che servono mediatori linguistici e culturali, assistenti sociali, psicologi!

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn