Una “rincorsa” a cancellare la cultura russa dal mondo. Ma qual è la finalità e dove ci porta?

CULTURA

Prima la sospensione dell’incontro su Dostoevskij all’università di Milano. Poi, ovunque, un rincorrersi a cancellare, vietare, bloccare concerti, corsi, spettacoli, conferenze, presentazioni di libri…

Un direttore d’orchestra, un soprano… sollecitati a prendere posizione pubblicamente contro la guerra. “Non c’è posto per questi artisti russi se, prima dello spettacolo, non abiurano”. Un ripudio pubblico della madre-patria; e si ignorano i tormenti personali, le sofferenze individuali… In una libreria c’è l’orientamento a mettere in evidenza testi appena usciti su Ucraina, Putin… e a mettere da parte (“oscurare per ora”) classici e opere di russi vivi e morti.

Perché accade? Perché non è accaduto all’epoca della guerra del Golfo? Nessuno allora si è sognato di mettere in discussione la letteratura e il cinema americano o inglese. Chi non ricorda le armi di distruzione di massa, inesistenti? Allora i morti furono centinaia di migliaia. Nulla accadde anche nella guerra dell’ex Jugoslavia e in tante forme di interventi bellici umanitari.

Qualche studioso ha provato a elencare i meriti della musica, del teatro, del romanzo… russi. Ma ne vale la pena? Opinionisti parlano di “Russia profonda”, “Santa Madre Russia”… non democratizzabile, ed è quella che appoggia Putin, quella che non vive né a Mosca e nemmeno a Pietroburgo. E se non fosse propria questa l’occasione per conoscere quel mondo e quella cultura? Se non ci avviciniamo a quelle fonti culturali “ripudiate” dove ricorrere per capire, approfondire?

Esiste una Russia profonda? Quale rapporto tra Russia ed Europa? Il dibattito in Russia fra occidentalisti e slavofili è vivace lungo il Settecento e l’Ottocento. Al centro è Pietroburgo. Amante dell’Europa e deciso ad occidentalizzare la Russia, Pietro I fondò nel 1703 la nuova capitale, finestra sull’Europa, incontro di due civiltà. Non c’è poeta o scrittore che non abbia preso posizione sulla città “senza radici né nella storia e né nel terreno”. La risposta tra gli slavofili era negativa, come negativo il giudizio su Pietroburgo e sulla conciliazione tra l’occidentalismo (con le riforme di Pietro il Grande), e lo slavofilismo e quindi valori e cultura del popolo russo. Per staccarsi dal binario della civiltà europea occorreva rinnegare Pietroburgo, la “finestra sull’Europa”.

Leontev, slavofilo più moderato: “Dire che l’Occidente sia putrefazione, fa ridere… Là ci sono buone macchine, molta scienza, molto denaro…”. Aggiungeva che “quando fosse suonata la grande ora, la forza dello spirito russo sarebbe stato messo a disposizione dei migliori e più nobili principi della civiltà europea”.

“Muffa stagnante” era Mosca nel secolo XVII, contro cui insorse lo zar Pietro. Ma la “muffa stagnante” minacciava anche Pietroburgo nell’Ottocento, città fredda, senza anima… e ciò spiega perché una parte dell’intelligencija amava Mosca. “O Mosca, Mosca… come palpita il cuore russo a questo nome” (Puskin); “Noi siamo moscoviti… che ci getti il destino a sud o a settentrione” (Majkov).

La rivalità tra le due città celava due concezioni della Russia e dei suoi destini. Furono in competizione fino all’inizio del ‘900, ma i contrasti man mano si attutirono. Anche Mosca rivelava l’ambizione di mettersi accanto a Pietroburgo in modernità (cioè europeismo). Ed anche per gli occidentalisti alcune istituzioni caratteristiche russe (la comunità di villaggio), erano importanti e insostituibili pur in una Russia nella cornice europea.

Poi la storia ha avuto una accelerazione. Con la rivoluzione, la capitale dell’ex impero russo si sposta nel 1918 da Pietroburgo a Mosca, che diviene nel 1923 capitale del mondo socialista. Socialismo che si realizzava all’insegna dell’occidentalismo. Tutto quindi si era compiuto. “Sii per sempre maledetto, anno quattordici…” Senza la prima guerra mondiale, Pietroburgo non avrebbe avuto bisogno della rivoluzione per salvarsi (Chodasevic).

Chi ha paura di libri, teatro, concerti? Gli scrittori russi esprimono inquietudine, ampliano i confini dell’interiorità… non consolano, “affliggono i consolati”. Molti conoscono i grandi classici dell’Ottocento. Ma tutta la letteratura del Novecento è una ricerca continua di temi e forme espressive tra modernità e tradizione, rivoluzione e gulag… Belij, Blok, Majakovski, Pasternak, Solzenicyn… Achmatova, Cvetaeva, Berberova… di queste poetesse leggo diari e lettere… qualsiasi cosa scrivano è poesia, sguardo che riesce a scoprire orizzonti anche sullo sfondo delle guerre e dei gulag.

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