Impotenti di fronte alle guerre. Un Ministero della pace? Cosa ci dicono le filosofe.

CULTURA

Tutti in linea di principio si dichiarano a favore della pace. E per la guerra? E’ difficile rispondere.

Di cosa parliamo quando parliamo di pace? Della guerra abbiamo racconti, film, documentari, serie televisive. E poi discorsi, strategie, manuali sull’arte della guerra (Sun Tzu – Sun Pin, von Clausewitz, Machiavelli…). Niente di tutto questo per la pace. Né possiamo accontentarci nel dire che la pace è assenza di guerra. Sappiamo quando comincia la guerra, ma quando comincia la vigilia della guerra? Quando i coltelli iniziano ad affilarsi nell’ombra e fanno scivolare verso “inevitabili” conflitti?

Noi dobbiamo usare le nostre menti per pianificare la pace in modo altrettanto rigoroso di quanto abbiamo fatto finora per pianificare la guerra”. Sono parole di Martin Luther King nel libro “La forza di amare”, uscito nel 1963, l’anno prima del Nobel. Fu assassinato a Memphis nel Tennessee nel 1968. King usa il termine “pianificare”, per indicare la costruzione di una strategia, come a livello economico e militare.

“Gli uomini hanno sempre organizzato la guerra; è l’ora di organizzare la pace”. Sosteneva don Oreste Benzi. Proprio partendo da lui l’economista Stefano Zamagni, nel convegno di giugno di quest’anno, ha proposto di istituire il “Ministero della pace”. Inizialmente non ho prestato molto interesse. Ho pensato a una iniziativa simbolica che accoglie il desiderio universale della pace nel mondo.

Per dare un senso alla parola, bisogna uscire dalla contrapposizione pace – guerra, per cui si parla di pace solo per definire la conclusione di una guerra. Al conflitto esploso è difficile porre termine, i contendenti chiedono una pace giusta, che non può mai esserci. C’è invece sempre la possibilità, l’opportunità di negoziare, rattoppare le situazioni, ponendosi prioritariamente l’obiettivo di salvare vite umane.

Ministero della pace. Intorno si muovono una serie di parole: diplomazia, risoluzione non violenta dei conflitti, diritti umani, ricostruzione post bellica, dialogo tra Stati, tra università, una nuova cultura, il controllo delle armi (nucleari e non). Insomma pensare ilvalore della pace. Nelle scuole e nei media è ampia la trattazione dedicata alle guerre, ritenute scontate e necessarie, ma di esse si vede solo il campo di battaglia, e non lo sconvolgimento totale della vita, delle città, dei morti innocenti. Nel primo conflitto mondiale i civili uccisi furono il 5%, nella seconda il 50%, oggi si può arrivare al 95%.

Si è aperta la corsa al Riarmo, emerge prepotente la potenza delle imprese produttrici, la loro capacità di influire sui governi, i guadagni smisurati (Zamagni propone che non siano quotate in borsa). Nei conflitti in atto si vede come piccoli paesi possono (anche con l’uso dell’intelligenza artificiale) costruire armi letali, soprattutto i droni (i nuovi protagonisti), che si possono fare in casa.

Ma l’aspetto più inquietante è il fascino, l’estetizzazione della guerra. Ne parlano due filosofe. Simone Weil (1909 – 1943) scrive che nella guerra civile di Spagna nessuno dei combattenti esprimeva disgusto, repulsione per il sangue versato pur lottando per una causa giusta. Se pure affiorava, si soffocava perché poteva essere segno di scarsa virilità. C’è nell’uccidere una fascinazione, l’ebrezza cui è impossibile resistere. Simone Weil si trova a Londra nel 1943, sa che non è possibile sottrarsi alla lotta contro il nazifascismo. Che fare? Presenta alla Resistenza francese la proposta di infermiere di prima linea, volontarie sui luoghi più cruenti della battaglia, corpi femminili che alla barbarie contrappongono la loro vulnerabilità. Lei stessa si offre come volontaria. Le viene risposto che è pura follia.

Nei rifugi e sotto i bombardamenti tedeschi si interroga anche Virginia Woolf (1882 – 1941). Come uscirne fuori, come “combattere con la mente” e creare idee nuove per contrastare quelle acquisite sul potere, il dominio che impediscono a donne e uomini di pensare altrimenti? Liberarsi di Hitler non è sufficiente, la vittoria sul nazifascismo potrebbe essere una vittoria di Pirro, se non si sconfigge l’hitlerismo inconscio, cioè la fascinazione per il dominio e la sopraffazione. Neanche il disarmo può essere condizione della pace se non si disarma la mente. Lavorare per la pace è condurre una lotta coraggiosa per compensare la perdita della gloria e dell’eroismo, che trascina l’uomo, imprigionato dalla macchina bellica, incantato dalla propaganda e dal senso dell’onore. Il lavoro per la pace comporta una ricerca di nuovi pensieri orientati a compensare la perdita dell’aura di gloria delle armi, che porta l’umano a comportamenti contagiosi di superbia e indifferenza verso i deboli. (Rosella Prezzo).

Il Ministero della Pace può coordinare azioni diverse e frazionate, cambiare la cultura della guerra… Ci sono comuni che, sulla spinta di quello che accade in guerre devastanti, assegnano deleghe su “pace e non violenza”, organizzano dibattiti… In Italia su oltre 40.000 scuole solo 700 svolgono attività di educazione alla pace. Un obiettivo astratto? Forse, sì. Però, “qualche volta è accaduto che un granello di sabbia, sollevato dal vento, abbia fermato una macchina” (Bobbio).

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