Belem. Niente di nuovo sul clima. Poi dalle isole e dalle comunità indigene arriva il “mutirao”.
Non ce ne siamo nemmeno accorti, per la campagna elettorale, le guerre… A Belem, nel mezzo della foresta amazzonica, è approvato il “global mutirao“, in lingua “guaranì” un rinnovato impegno collettivo.
Niente di nuovo sotto il cielo. Non si nasconde la delusione. Ribaditi impegni già presi e nemmeno è richiamata la mitigazione climatica e l’abbandono delle fonti fossili. Poi c’è un grande movimento delle comunità delle isole, delle associazioni… di cui è stata data scarsa informazione. In molti paesi del Sud del mondo ci credono davvero. L’Europa che aveva la leadership sul clima è giunta distratta e impreparata. Pensa alla Guerra. Non è pronta a concepire un nuovo modello di vita sostenibile. E’ infatti questa la sfida vera.
Si parte dai numeri e da due domande: dove siamo (consumi energetici, fonti, azioni politiche), e dove vogliamo andare. A Belem è ribadita la transizione necessaria per uscire dai combustibili fossili, ma non una parola per tradurre le parole in azione. Ci si adegua a un riscaldamento di 1,5 gradi in più rispetto all’era preindustriale. Ma forse siamo oltre e vi è la rassegnazione verso un aumento del 2,5. L’opposizione dell’Arabia saudita e di altri produttori di petrolio è insormontabile. Nessuno sforzo di mediazione dei paesi che contano. Nel dibattito generale scontri ideologici e confusione, sembra tutto compromesso. Infine si affrontano due obiettivi “minori”: adattamento e foreste. Triplicati i fondi per sostenere i paesi poveri e vulnerabili (portandoli a 120 miliardi l’anno), e impegno di tutti i paesi alla difesa delle foreste.
Si sottolinea pure la necessità di una giusta transizione: giustizia sociale, cooperazione internazionale, lavoro dignitoso, ambiente sano. Il Brasile e altri 80 paesi si impegnano a lavorare fin dal prossimo aprile ad una iniziativa collaterale per studiare strumenti concreti e tempi certi per la transizione da fonti fossili.
La diplomazia climatica è uno dei pochi spazi multilaterali rimasti, la Cap 30 sembrava destinato al fallimento e invece ha catalizzato nuove alleanze geopolitiche. Gli obiettivi della Cap 30 (cura delle foreste, trasformazione dell’agricoltura, difesa delle città) si devono affrontare a livello globale, nazionale, anche nei singoli territori. Le comunità insulari (in pericolo per l’innalzamento delle acque) hanno fatto sentire la loro voce. Ma in pericolo sono anche le coste italiane e quelle del Gargano.
Oggi parliamo di disaffezione dalla politica. In Capitanata c’è il più alto indice di assenteismo, forse un impegno specifico sulla qualità della vita potrebbe riavvicinare i cittadini alla politica. C’è stato in questi giorni un convegno sulle province, sono state abolite ma sono ancora lì, con competenze e spese, indefinite, nel Limbo, ha detto in apertura il presidente Mattarella. Nobiletti, sindaco di Vieste, è il presidente della provincia di Foggia, con al centro il Tavoliere, un deserto antropico e di alberi. Perché non un patto con gli agricoltori: la Provincia cura le strade e voi lungo di esse piantate alberi?
Campano d’aria, di luce e di sole. Salvano il mondo. Servono miliardi di alberi. Non per invertire la rotta e le immissione di CO2, ma per mitigare. UE e stati nazionali non se ne curano. “Noi dobbiamo badare al riarmo” – dicono i leader europei – la resilienza delle città, la protezione degli abitanti… è compito delle comunità locali.
Il Tavoliere ha cambiato spesso paesaggio. Nei secoli della transumanza (dal ‘400 agli inizi dell’Ottocento) gli alberi sono proibiti. In seguito all’abolizione della “Dogana delle pecore” (1806), si formano estesi latifondi. Ancora nell’Ottocento i torrenti inondano vaste aree, la malaria regna sovrana. Le bonifiche (anni trenta e cinquanta del Novecento) mutano il paesaggio: Case cantoniere, poderi ONC, quelli dell’Ente di Riforma, scuole, strade tutte alberate… Decine di migliaia di pini e di eucalipti. I pochi rimasti li vediamo ancora come frangivento da Fonte Rosa a Macchia Rotonda, dal Candelaro a Beccarini. Li notiamo a Siponto (borgo fascista) nel lungo viale dei pini e viale degli eucalipti. “Il pino solleva asfalto e marciapiedi”, si dice. Ma nella terra questo non avviene. E gli eucalipti?
Proviene dall’Australia piantato nelle aree da bonificare perché “beve” acqua come una spugna, allontana le zanzare, ne impedisce la proliferazione, assorbendo l’acqua stagnante. Lo scrittore Antonio Pennacchi (premio Strega per “Canale Mussolini”) paventa una specie di congiura politica. Ogni eucaliptus che si vede in giro, “è un segno permanente del fascismo e dell’Era fascista. Dopo la caduta del regime si abbatterono tutti i fasci delle torri littorie e le immagini del Duce. Ma per un’azione più efficace bisognava estirpare ogni eucaliptus”.




