“Gli ultimi giorni dell’umanità”. Sono solo quelli di Karl Kraus o anche quelli dei nostri tempi?
Karl Kraus (1874 – 1936) scrisse un immenso testo teatrale sulla grande guerra. “Anni irreali, inconcepibili, irraggiungibili da qualsiasi vigile intelletto, inaccessibili a qualsiasi ricordo e conservati solo in un sogno cruento, in cui personaggi da operetta recitarono la tragedia dell’umanità”
Kraus fondò nel 1899 a Vienna una rivista (Fackel) nella quale riportava aforismi, commenti, polemiche che poi rielaborava e riproduceva in volume. Di questi testi dava pubblica lettura a Vienna. Molti vi assistevano e ne parlavano. Pubbliche letture che lo resero famoso in Austria e in tutta l’area della lingua tedesca. Così per “Gli ultimi giorni dell’umanità”. Scrisse gran parte dei testi durante la prima guerra mondiale, come il preludio e l’epilogo. Ne diede pubblica lettura. Poi con altro materiale riservato reso disponibile nel dopoguerra, costruì un enorme volume (cento scene e cento inferni), che pubblicò nel 1922. Rifiutò a registi famosi (Reinhard, Piscator) la disponibilità dell’opera, persuaso che le dimensioni di questa tragedia – monstre non potessero adattarsi a nessun teatro.
La guerra fu per lui un intreccio allucinatorio di grida e voci: dal quotidiano orrendo urlo “edizione straordinaria”, al passo cadenzato dei soldati per il fronte, alle chiacchiere dei salotti e dei capannelli, alle dichiarazioni gonfie e tronfie dei potenti, agli accomodamenti servili dei giornali, ai lamenti delle vittime. “Non c’è una sola voce che Kraus abbia lasciato perdere, era invasato da ogni specifico accento della guerra e lo riproduceva con forza stringente” (Elias Canetti, che assistette molte volte alle sue pubbliche letture). Così mentre illustri artisti e scrittori partecipavano, sui due fronti, baldanzosi alla guerra (e molti morirono), lui fu l’unico che riuscì a catturare e descrivere quell’evento nel momento in cui accadeva. La guerra entrò negli “Ultimi giorni dell’umanità” senza eroi, né consolazione, e soprattutto senza assuefazione, come accade per gli stermini, i genocidi, le distruzioni dei nostri giorni. E per fare questo Kraus scorre sui mille teatri di guerra: dalle trincee, ai quartieri generali, ai palazzi aristocratici, ai luoghi di villeggiature, alle strade, ai caffè. E vien fuori una tragedia: protagonista l’Umanità, impigliata nelle conseguenze del suo errore e orrore: la prima guerra mondiale.
Tragedia dell’umanità. Richiamo ironico perché tragedia presuppone almeno una coscienza della colpa, mentre qui centinaia di personaggi, i due imperatori, giornalisti loquaci, i lettori… tutti si muovono in spaventosa comicità, data dalla inconsapevolezza di ciò che provocano e subiscono, soddisfatti di trasmettersi frasi fatte e di portare la loro pietruzza sull’altare dove si celebrano le sacre nozze tra Stupidità e Potere. L’impero austro-ungarico non sopravvisse. L’Europa forse sopravviverà alle sue menzogne e vergogne. Forse potrà ripetere le parole del Kaiser Guglielmo II, dette nel 1915 visitando un campo di battaglia, “io non l’ho voluto”.
L’opera è frutto di un linguista indignato che vive in profondo la sua sofferenza per il disordine linguistico e l’abuso della lingua, sintomo e causa delle aberrazioni di una società in cui la grammatica etica e la politica, l’ortografia e la sintassi sono ormai alterate e guaste.
“ I fatti più inverosimili qui riportati sono accaduti veramente. I più inverosimili discorsi qui tenuti sono stati pronunciati parola per parola. I contemporanei i quali hanno permesso che le cose qui descritte accadessero pospongano il diritto di ridere al dovere di piangere”. (Kraus). Niente teatro quindi. I frequentatori dei teatri non reggerebbero, “perché è sangue del loro sangue“.
Al di sopra della vergogna della guerra sta quella degli uomini di non volerne più sapere e parlare. Coloro che dicevano “C’è la guerra”, coprivano allora ogni loro vergogna. Dopo rifiutano anche il monito “C’è stata la guerra“, perché disturba il meritato riposo dei superstiti. Kraus ha descritto la guerra penetrare nell’affabile società viennese. Nella guerra vide affacciarsi un’altra epoca, il nazismo, prima ancora che il nome esistesse.
Avevo pensato, con un paio di amici, di raccogliere nel 2023, i titoli, le frasi le immagini della guerra in Europa, nel Congo, a Gaza e di altri conflitti. Farne pubbliche letture senza commenti nella pineta di Siponto, ponendo anche lì un piccolo “palco della parola”, come Hyde Park a Londra. Un giorno alla settimana, inserendo anche pagine di Kraus. Ma emotivamente non abbiamo retto. Concludo con le parole che descrivono la scena dell’epilogo: “Campo di battaglia. Crateri di bombe. Nuvole di fumo. Notte senza stelle. L’orizzonte in fiamme. Cadaveri. Soldati morenti. Compaiono uomini e donne con maschere antigas” . “Io non l’ho voluto”, è l’ultima frase. Ed è la voce di Dio a pronunciarla.
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