I morti “nostri” e quelli degli altri. Perché le vittime innocenti hanno un peso diverso?
Esiste nell’informazione una gerarchia delle notizie e anche delle vittime. Nelle redazioni viene applicata in modo preciso e rigido.
Chi si occupa di cronaca locale dedica alle vittime vicine più spazio di quelle lontane. Nelle scuole di giornalismo si fanno esempi dettagliati: noi potremo conoscere lo scoppio di una fabbrica in India solo se il numero delle vittime è superiore a 20 – 30.
Non c’è solo la lontananza geografica. C’è pure quella etnica, culturale, politica, quando dall’altra parte c’è un nemico, un diverso da noi. Dovremo ricordarci degli anni del terrorismo in Italia, allorché nelle radio locali si poneva la questione se l’uccisione di un fascista fosse lecita o meno.
Perché la morte di un soldato italiano o anche europeo crea maggior empatia di quella di decine di afgani o irakeni? Nella celebrazione per le fosse ardeatine siamo inorriditi per la proporzione di quella vendetta, da 33 tedeschi uccisi a 335 civili italiani, da uno a dieci. La Bbc ha dato visibilità alle morti israeliane 33 volte più rispetto alle vittime gazawi, benché queste ultime fossero 30 volte superiori (Aime – Falloppa).
I bambini suscitano più empatia, eppure quelli uccisi a decine e centinaia a Gaza, in altre guerre, nei naufragi fanno meno effetto rispetto a due – tre bambini colpiti in Israele o in Ucraina. Così le bambine iraniane, 160, si è cercato prima di mettere in dubbio la responsabilità di quella strage, poi sono diventate un numero tra altri numeri, presto dimenticate.
E’ difficile verificare il numero dei morti e a volte sui giornali sono registrati cifre impensabili e sproporzionate. E’ il gioco della propaganda e della menzogna. Ci sono strategie diverse. Chi bombarda li amplifica per incutere terrore. Chi subisce tende a diminuirli per non scoraggiare il fronte interno. Resta aperta la questione: negli Usa (e in Occidente) 4.000 iraniani uccisi, tra cui centinaia di bambini, suscitano meno emozione di pochi soldati americani. Forse per l’avversione che il mondo occidentale prova per il regime degli ayatollah ed anche verso una religione come l’islamica? E’ di questi giorni la notizia di cacciatori italiani che si recavano in Jugoslavia da cecchini perché odiavano l’Islam e gli islamici.
I muri non si costruiscono solo tra confini e territori, ma si creano anche nei nostri sentimenti. Il muro chiude fuori, ma allo stesso modo rinchiude i privilegiati, i protetti. I muri anche culturali dovrebbero difendere i nostri valori e non ci si accorge che abbiamo sempre meno valori da difendere.
Muri, ghetti, uccisioni di massa, fame, disumanizzazione… ed anche migranti, naufragi… stanno diventando un rumore di fondo. “La zona di interesse” è un film di Jonathan Glozer (regista ebreo britannico), che descrive la tranquilla vita domestica di Rudolf Hoss (con moglie, figli, suocera…), comandante ad Auschwitz, in una signorile residenza con giardino adiacente al lager. I personaggi non ignorano che oltre il muro è all’opera una macchina di morte. Non sono mostri, ma sono persone capaci di trasformare il male in rumore di fondo.
Cosa fare per non ridurre tutto a un rumore di fondo? Come evitare l’assuefazione? Come uscire dal semplice calcolo della pura contabilità, dalla disumanizzazione? Lo scambio dei corpi dei soldati uccisi tra ucraini e russi è l’unico segno di umanità di una guerra feroce. I soldati israeliani tentano di recuperare il cadavere di un loro commilitone ucciso, e nell’operazione ammazzano una quarantina di palestinesi!
Il rituale del seppellimento, la conservazione dei resti, dell’immagine del defunto… sono propri degli umani. “Siamo uguali davanti alla morte?” Dobbiamo rispondere di no; le gerarchie dei vivi esistono anche per i morti. Per migliaia di corpi palestinesi, annullati nelle macerie, cosa resta? La parola di chi è sopravvissuto. Restano brandelli confusi, residui organici e polvere, segni di umanità cui dare sepoltura. C’è la religione. E ora c’è anche una sorta di metafisica laica. Grazie al digitale, dati, archivi, alimentati da intelligenze artificiali, conservano la traccia profonda di ciò che è accaduto e accade nel mondo. Ne è convinto il filosofo Maurizio Ferraris, che ne ha parlato nell’ultima sua lezione a Torino, il 25 marzo.




