“Vorrei, ma non posso”-“Potrei, ma non voglio”. Scomparsi i figli bastoni della vecchiaia.
Perché non hai figli? La non maternità continua a essere una scelta che disturba, un’anomalia. Domanda ingombrante e la risposta può oscillare tra “non voglio” o “non posso”; ma ora si affaccia una domanda più radicale: Perché fare figli?
Finora tra le spiegazioni più diffuse della denatalità vi è quella secondo cui le persone vorrebbero avere figli, ma ci sono situazioni e circostanze che non lo permettono. Scarsa autonomia economica per le donne, discriminazioni nell’ambiente di lavoro… “Fare un figlio è possibile dopo i 40 anni!” E poi carenze di servizi. Le azioni dei governi e le proposte politiche cercano di essere conseguenti a questa impostazione, attuando in modo più o meno convincente misure di sostegno. Senza risultati.
Si sono altri aspetti da considerare. C’è oggi una maggiore capacità di scelta degli individui, con donne o coppie che si liberano dall’impegno di fare figli, si convincono e si organizzano per non averne. I figli non sono nel DNA. Una possibile opzione (o nuova “responsabilità” etica, si sostiene), maturata durante il Covid e le lotte contro il riscaldamento globale. Allora c’era Greta e i suoi Fridays for Future e si affacciava il dubbio se fosse giusto consegnare una nuova vita a un pianeta che si presentava sempre meno sostenibile.
Oggi ci si trova a fare i conti con incertezze nuove, guerre, stermini, nuove tecnologie… Un futuro che mette paura, e che, in Italia e in Occidente, non si registrava dalla fine della seconda guerra mondiale. C’era agli inizi degli anni Sessanta la paura dell’atomica, poi è venuto il ’68, i movimenti di massa, il senso del collettivo, il femminismo… Oggi l’angoscia per il mondo, l’eco-ansia colpiscono incredibilmente anche le donne con figli, quasi pentite di averli messi al mondo. In questi giorni scopriamo anche altro. “Se sei figlia di genitori stranieri, se sei ‘razzializzata’, ogni giorno avverti che non sei sicura”. Se poi c’è al governo qualcuno che dice che può toglierti la cittadinanza…
Progetti di natalità richiedono continuità e politiche capaci di garantire condizioni materiali e visioni di futuro: diritto alla casa, al reddito, servizi, congedi… Contano anche le parole. C’è una narrazione pubblica allarmistica, polarizzata… Uscirne non significa addolcire, ma leggere la realtà con altre prospettive. Non si ottiene alcun risultato con toni esortativi o inducendo a sensi di colpa (nessuno fa figli per l’Inps o perché lo dice la Meloni!). Deve maturare l’idea che la genitorialità non è un fatto individuale ma sociale. I giovani comprendono la responsabilità di mettere al mondo i figli, ma vogliono avere intorno una comunità accogliente, non si fidano di coloro (generazioni passate) hanno rovinato il mondo, né di promesse. Anzi con la prospettiva di un riarmo prepotente e di guerre annunciate.
In Capitanata i nati negli ultimi vent’anni si sono dimezzati: da 7.300 a meno di 3.800. A Manfredonia da 670 a 320. C’è qualche città che resiste meglio, ma perché la popolazione non è calata molto. Il dato è strutturale. Manfredonia ha perso 5.000 giovani e la Capitanata nello stesso periodo 120.000 abitanti. Dobbiamo ragionare su questi numeri e si devono affrontare questi mutamenti: meno bambini (solo figli unici), la vita più lunga, la cura degli anziani non più delegabile ai figli. Scompare l’immagine che essi debbano essere il bastone della vecchiaia. I giovani del Sud stanno fuori e, se decidono di fare un figlio, non hanno nemmeno il supporto dei nonni, quello quotidiano, imprevedibile…
Che fare? Le elite, i governi, Enti pubblici… possono avere un solo compito: creare (con tutti i limiti esistenti) futuri desiderabili. A livello locale si aprono nuovi compiti: sviluppo del capitale sociale, istruzione (educazione permanente, i Neet…) cura degli adolescenti, invecchiamento attivo, potenziamento delle Università del Sud.
Eppure non basta. Bisognerebbe fare i conti con una cultura individualistica. Oggi la vita è bella e per molti significa continuare a viaggiare, cenare fuori, stile di vita curioso. L’individuo non accetta più di piegarsi agli obblighi sociali, libero di sposarsi o meno, di separarsi quando desidera, può anche non generare. Un atteggiamento sanamente egoistico. Nessuno è disposto a rinunciarvi. E’ la modernità liquida, la società liquida, l’amore liquido di cui parlava un grande sociologo, Baumann. L’individuo si guarda perennemente allo specchio, non c’è comunità, vicinanza, prossimità, non ci sono legami reciproci. E’ una prospettiva desiderabile? O non si avverte la necessità di uscire fuori da sè e incontrare l’altro? Ci vorrebbe una rivoluzione.




