Pio e Amedeo. “Sono solo due picari!” Però, il loro film (Oi vita mia) piace e fa bene.
“Oi Vita mia” va bene, qui nel foggiano è visto da migliaia di persone. A Manfredonia si è passati dalle prime recite con poche decine di spettatori, ad una prolungata programmazione “a grande richiesta”.
Mi imbatto casualmente, davanti al cinema S. Michele chiuso, in una donna anziana che cerca di capire l’ora della proiezione. “Alle 6 e mezzo… sono ancora le 5… è presto!”. “Domenica c’erano molte persone fuori, pioveva… qualcuno è pure passato avanti… mi sono bagnata e raffreddata!”. E’ stata costretta ad andare via. “Quando sono venuto io, il primo giorno, il cinema era semivuoto… ” . Si meraviglia del fatto che ho visto i due comici per la prima volta. “Il film fa ridere, vero?… Mi hanno detto che fa pure piangere” – “Un po’ e un po’. Si parla degli anziani, di ragazzi un po’ sbandati… ”. Parliamo delle battute da lei sentite in televisione… Un dialogo sereno e piacevole. Sicuramente meglio di quanto mi è capitato con amici e persone acculturate, che continuano a chiedermi: “Sei andato davvero a vedere quel film?” E non c’è verso di far prendere una piega diversa alla discussione.
A molti “intellettuali” Pio e Amedeo proprio non vanno giù. Incontro a Siponto, per parlare dell’ultimo suo libro sui tratturi un caro amico, conoscitore della cultura popolare foggiana. Il film non l’ha visto, né vuole vederlo. Di essi parla però volentieri. “Sono due picari. Tu conosci la letteratura picaresca? Lazarillo de Tormes, per intenderci? I picari foggiani sono un retaggio della soldataglia spagnola seicentesca… Spavaldi, volgari, astuti… eccessivi, sbruffoni, a loro piace raccontare, parlare, se non sanno, inventano, il linguaggio è bello grasso, immagini piene, corporali…”
I due “picari” foggiani hanno nel film un ruolo sociale importante, guidano una casa di riposo (Pio) e una comunità di recupero per ragazzi (Amedeo), se la cavano piuttosto bene. Arrivano problemi più grossi e stanno lì lì per perdersi. La figlia di Pio aspetta un figlio da uno dei “drogati”. Affiorano violentemente il senso dell’onore, la dignità del padre ferito, la rabbia verso il mondo intero (ma non si intacca mai la premura verso le persone in cura). Aggressività, teatralità… il linguaggio deborda. Tutto sembra crollare, ed ecco emergere prepotentemente solo l’affetto per la figlia. Aiutano il buon senso, il saper aspettare, il dialogo paradossale.
Il riso nasce da un corto-circuito: c’è un fatto serio che crea ansia (la chiusura per motivi tecnici della comunità giovanile), Amedeo si sente perso. “Ci penso io – dice Pio – conosco geometra e ingegnere“. Ma è solo un “vantone”. Poi una battuta sconcia, il dialetto (una sola parola o un suono) fanno tornare con i piedi per terra. Il riso che esce a sorpresa svolge un’azione profilattica, impedisce il precipitare del dramma.
Riso fisiologico più che psicologico? Una cosa misteriosa, che nasce dall’adesione alle forze biologiche, alla vita, alla sostanza delle cose. Non c’è un retroterra culturale satirico, protestatario nei confronti della politica, della cultura egemone. Non c’è satira, non c’è conflitto tra umili e potenti. Affiora nella coppia foggiana (in forme annacquate e intercambiabili), il saggio e lo stolto, o meglio il furbo e l’ingenuo. Così la vita scorre. Lino Banfi se ne va in silenzio, il ragazzo down finalmente fa sesso… non ci sono insegnamenti, né critiche moralistiche, qualche battuta ironica fa bene (“sti cattolici parlano di perdono, perdono e poi non perdonano mai!“). Per questo credo che dal film si esca un poco meglio di come si è entrati.
Il riso è proprio della cultura popolare. Dario Fo ne parla nella sua opera più importante, Mistero buffo: le storie dei vangeli (miracoli, crocefissione..) viste con gli occhi di un narratore popolare. Dario Fo ha vinto il Nobel per avere recuperato la tradizione dei giullari e deriso i potenti, inventando il grammelot, mix di gesti, espressioni, parole… lingua che nessuno parla e tutti capiscono.
Il Nobel a Fo suscita polemiche in Italia, dove la comicità non fa parte della cultura alta. Ma quando nasce la separazione tra letteratura alta e bassa? Non con Dante, né con Boccaccio (creatore della triade Bruno Buffalmacco e Calandrino). Forse con il Petrarca. Soprattutto con il classicismo cinquecentesco. Per Bembo e Castiglione nel comico vanno distinti due livelli: uno misurato, controllato adatto alle persone per bene e un altro inferiore, proprio del popolo. Nel ‘500 nascono i trattati che stabiliscono le regole della letteratura colta. Per reazione si crea una letteratura popolare, dove sono confinate opere sperimentali, irregolari: Gargantua e Pantagruel, Folengo e il Baldus, Bertoldo Bertoldino Cacasenno, Ruzante… Porta, Belli, Trilussa, Fo, il teatro dialettale e popolare…




