Shoah. Oltre Anna Frank. L’impegno a ricordare, interrogarci… per capire anche l’oggi.

CULTURA

Mentre la televisione celebra, con poche novità, il giorno della shoah ed alcune cerimonie sono cancellate o ridotte… Francesco Lotoro tiene un concerto a Washington sulle musiche scritte nei lager.

Una musica che conosce percorsi di trasmissione impensabili. “Siamo dinanzi a un’impressionante esplosione di creatività, realizzata a dispetto di inenarrabili tragedie… Fare e scrivere musica non alienava il deportato dal mondo, al contrario; attraverso la loro arte i musicisti trasferivano il mondo nel Campo”. Da oltre trent’anni Francesco Lotoro gira il mondo per raccogliere, catalogare… Ha scoperto più di 10.000 partiture, 500 manoscritti… Testi cuciti nelle federe, tra la biancheria sporca, fogli arrotolati nella carta usata per alimenti, sui sacchi di juta, sui muri, sulla carta igienica. “Hanno creato a prescindere dal contesto umano e logistico in cui si trovavano. Privazioni, disagio fisico non sono stati un ostacolo ma uno stimolo: al logoramento psicofisico non corrispondeva quello intellettuale”

Lotoro ha suonato anche nella casa di Rudolf Hoss. “Avevo sentito parlare di quella abitazione in occasione del film, ‘La zona di interesse’, di Jonathan Glazer. Nella colonna sonora si ascolta il canto di uno storico ebreo, Joseph Wulf, scritto durante la deportazione ad Auschwitz”. La Bbc stava girando un documentario proprio su Lotoro; gli chiesero di suonare nel salone di quella casa. “Suonare in quei luoghi significa molto più che suonare: la musica redime, ricuce le ferite lasciando le cicatrici, concilia vite spezzate, ripulisce pensieri mefitici che hanno infestato per anni quella casa… Suonare il pianoforte a casa della iena di Auschwitz è stato un atto di tikkun, un atto di profonda, silenziosa e terribilmente riparazione”.

Lotoro è di Barletta; è stato uno degli animatori delle settimane della cultura ebraica (Vendola presidente della Regione e Godelli assessore alla cultura). Nel mese di settembre 2012 ci incontrammo nella biblioteca di Manfredonia. Da assessore facevo notare la difficoltà a compartecipare, e lui si adoperò con gli organizzatori: “Non possiamo escludere Manfredonia o meglio Siponto, dove fiorì uno dei centri più importanti nel Medio Evo della cultura ebraica in Italia”. Intorno al mille, un gruppo di giovani da Siponto partirono per Pumpedita, sulle rive del Tigri, per studiare nell’accademia talmudica e al ritorno diffusero la lingua ebraica e conoscenze su cui si formarono rabbini e figure eminenti del giudaismo sipontino, come Anan bar Marinos (autore di inni e poesie) e Isaq Melchisedeq, il cui commento autorevole sulla mishnah è studiato ancor oggi. Il rabbino capo di Napoli, nell’auditorium di Palazzo Celestini, parlò e commentò testi di Melchiseq (magnus vir ex Siponto urbe, come si espresse il viaggiatore giudeo – spagnolo Beniamino de Tudela).

La memoria ha bisogno di stimoli, non può assuefarsi, rifare le stesse cose, lo stesso film. C’è bisogno di immaginazione, di confronti di storie… L’istituzione della giornata della memoria si celebrava nel Centro giovanile e poi al Luc e sempre vi erano giovani che autonomamente intervenivano e ricordavano altri genocidi. Nessuno si scandalizzava. Non si facevano distinzioni, né si sezionavano le parole. Lì si parlava e si scoprivano Hetty Hillesum, Elie Wiesel, Jean Amery, Primo Levi, i pogrom, le leggi razziali, le responsabilità dell’Europa. L’Olocausto emergeva da sé, nella sua sconvolgente Unicità.

“La zona di interesse” il miglior film sull’olocausto senza mostrarci il genocidio. Il soggetto non è il genocidio, ma la capacità umana di convivere con le atrocità e di ridurre tutto a un rumore di fondo. Il regista nel ricevere il premio Oscar stabilisce un rapporto tra le atrocità del passato e quelle del presente, “la disumanizzazione dei tedeschi combacia con la realtà di oggi, la disumanizzazione sia di Hamas verso le sue vittime e sia di Israele verso la popolazione civile palestinese”.

La Palestina sta divenendo un “non luogo”. Una pianificazione come se fosse un’area vuota. E i villaggi, le storie, i legami, le piante, gli ulivi? Come se quelle comunità non fossero mai esistite. La ricostruzione sui luoghi dello sterminio: il sangue, la memoria, i corpi sepolti ostacoli da rimuovere. Nemmeno un cartello per le macerie, le rovine… Una ricostruzione guidata da esperti, gli abitanti esclusi dal loro futuro. La guerra è perduta. Ma in qualsiasi luogo della terra la rimozione delle macerie, la ricostruzione, il pianto spetta ai sopravvissuti!

Lotoro, ha parlato di un nuovo umanesimo: “Un giorno, quando parleremo di Auschwitz, parleremo di musica e solo allora avremo veramente liberato Auschwitz”.

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