La Biennale sotto il mango. E’ in scena il teatro “nuovo”. Emma Dante e “lo cunto de li cunti”. 

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La Biennale nata tra polemiche, dimissioni, resistenze… ora pare che sparga buoni semi ed è molto visitata.

“In minor Keys”, l’idea guida. Un invito a ridurre il rumore, prestare attenzione alle frequenze basse, creare isole di resistenza, oasi di cura. La Biennale è stata pensata in Africa. La curatrice Koyo Kouah (1967 – 2025) e i suoi collaboratori si sono incontrati nel cortile della “Rew material company” di Dakar, sotto l’ombra protettrice di un grande albero di mango, dai cui rami i frutti maturi cadevano al suolo e accompagnavano spunti, idee, nomi nei giorni intensi e febbrili precedenti la morte di Koyo.

“In minor Keynes”. Un tema che nei mesi scorsi sembrava svanire sotto il peso delle polemiche. Ma si può indicare per l’arte un percorso definito? Diciamo che è una pista da seguire. ”La mostra mette al centro la persona, per ritrovare il senso dello stare al mondo. Ridare la misura alle cose, ai rapporti, alle politiche… a tutto ciò che l’uomo fa… e riprendere a guardare il cielo”. Riconsiderare tutto ciò che ci riporta all’essenziale e che il mondo opulento e sazio ha perso di vista. Un mondo nel quale esistono persone che vogliono colonizzare la luna e altre che la guardano come un’amica e desiderano danzare alla sua luce. I riferimenti letterari sono Toni Morrison, Gabriel Garcia Marquez, Eduard Glissant. L’immagine è il giardino creolo, dove si coltivano avocado, limoni, canne da zucchero e molte altre specie su un pezzo di terra di pochi metri quadrati.

La Biennale è tante cose, arte, architettura, cinema, teatro… A giugno in scena la sezione – teatro curata da Willem Dafoe. il tema “Alter native”. L’altro (cambiamento – incontro) e native, cioè andare alle origini, alle radici. Insieme fanno Alter-native. Nel ‘900 il confronto tra le varie forme teatrali è sempre stato intenso, ma spesso le diversità sono viste sotto una lente esotica, si affacciano mode, estetismi, protagonismi “autoriali”, nuove tecnologie invasive. Il teatro è fin dalle origine “contaminatio”, dialogo, domande-risposte, riflessioni sul tempo presente. “Alter-native” può allora significare ricorrere all’essenziale, al corpo, ai gesti, al ritmo.

Ho letto che sono stati proposti  in questo mese di giugno spettacoli che escono dai canoni del genere. Ma esistono dei canoni? Il greco Christos Stergioglou: “Il pianto dei migranti”, un mix di testi e canzoni sulle migrazioni e la distanza (Brecht, Seferis, lieder di Schubert, spirituals, lamenti di Euripide, canti popolari dell’Egeo…). “Non possiamo cambiare il mondo, dice Christos, ma possiamo mostrare l’orrore della guerra”. Dorcy Rugamba, con Canto degli assenti” legge la storia della sua famiglia sterminata in pochi minuti nel genocidio in Rwanda (1994). “Come possiamo comunicare la portata di un evento che ci ha privati di milioni di persone, in cui la morte del più piccolo dei miei fratelli pare solo un aneddoto, un caso tra milioni di altri?” In laguna il teatro senza parole del greco albanese Mario Banushi (28 anni). Vince il leone d’argento. Costruisce un romanzo familiare, un universo femminile che rievoca la vita, le perdite: accudire i genitori, piangere un morto, venerare un’icona, battezzare, piegare i vestiti… Quadri viventi – Tableaux vivants, evocazione di Piero della Francesca, Caravaggio, el Greco… In tutte le opere racconti struggenti, pathos, ritmo, movimento… Senza azione drammatica, senza tragedia.

Emma Dante con “Lo cunto de li cunti”, di Basile, “il mio Shakespeare”.
Basile (1566 – 1632) era conosciuto nell’Ottocento più in Germania che in Italia. E’ stato scoperto da Benedetto Croce. Emma Dante ha presentato “I fantasmi di Basile”, compendio di un lavoro decennale sul Pentamerone, favole che salvano una vita… personaggi strani, si ride e si pensa. Ha ricevuto il Leone d’oro: “Dal cuore della sua Palermo ha saputo portare la Sicilia alla ribalta… con una ricerca linguistica unica.” Sperimentatrice coraggiosa e inquieta, un rapporto difficile con Palermo, il teatro Stabile, l’amministrazione pubblica. “Noi siamo in un’epoca di individualismo, protagonismo, egomania… tenere una compagnia è cosa antica, la teneva Eduardo, Shakespeare… tenere una compagnia è scrivere per quella compagnia, mantenerla, farla mangiare, non farla morire, gli spettacoli non possono ridursi alla prima. Il pubblico deve saperlo, deve sostenere questo percorso”.

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