“Avresti potuto amare l’uomo che sono diventato?” Chiede Odisseo a Penelope.

CULTURA

“Tutto è progredito da Omero in poi, fuorché la poesia”. Scrive Leopardi. E i poemi omerici (l’Odissea in particolare) ritornano a scadenza millenaria.

Non c’è “tutta l’Odissea” di Omero nel film di Nolan. Ci sono omissioni e aggiunte, parti fedeli al testo e interpretazioni personali. Bella e infedele o brutta e fedele, si diceva una volta a proposito della traduzione.

C’è il dramma di un uomo combattuto tra nostalgia della casa, il peso della guerra vittoriosa, ma con ferite insanabili. Ulisse non vuole partire inizialmente (sa da un oracolo che non tornerà prima di 20 anni), si finge pazzo, ma poi è costretto e a Troia dà il contributo decisivo, ordisce l’inganno e costruisce il cavallo.

A distanza di un millennio dai poemi omerici, Virgilio scrive il poema di Enea, il troiano sconfitto, che attraversa il Mediterraneo e dà una nuova patria agli esuli fuggiti da Troia. “Tu vuoi o regina che io rinnovi un indicibile dolore (infandum dolorem), narri le infamie viste e delle quali fui gran parte”, così Enea alla regina Didone che lo sollecita a parlare. E’ sempre definito “pius” da Virgilio, sente la responsabilità nei confronti dei profughi e del destino, e per una notte intera (libro II) racconta della distruzione di Troia, del cavallo, del subdolo Ulisse, delle stragi… Da Omero a Virgilio, dalla tragedia greca a Dante, che dopo mille anni riprende la figura di Ulisse, e ne fa un inno all’inquietudine, all’avventura. E’ punito nell’Inferno, tra i fraudolenti, e orgogliosamente parla dell’ultimo viaggio. Né la sua Itaca, né gli affetti familiari riuscirono a soddisfare la sua ansia di conoscere; si spinge verso Occidente, superando le colonne d’Ercole. Oggi si volgerebbe verso Suez, Hormuz, l’oceano indo-pacifico. Allora la terra sembrava immensa, oggi ci appare piccola, troppo piccola.

Nell’Odissea di Nolan Ulisse parte con Penelope verso l’ignoto. Lascia il potere a Telemaco. Non si riconosce nelle azioni eroiche compiute. Odisseo torna distrutto dalla violenza che ha visto e praticato. La rifiuta, ma sa che è impressa in lui e la farà emergere nel massacro dei Proci. Telemaco partecipa a quel massacro, e scopre anch’egli la guerra, la violenza.

Ma c’è un’altra Odissea, un altro Odisseo: “Itaca. Il ritorno”, di Ubaldo Pasolini, uscito 2 anni fa. Penelope incontra uno straniero, non sa che è suo marito, e gli dice che dalla partenza di Odisseo anch’ella è cambiata, ha mutato forme, figura, valori. “Tanti anni lontano e tanto sangue… so bene quale eri e chi eri quando partisti… ma chi sei diventato?” Gli chiede dopo averlo riconosciuto. “Avresti potuto amare l’uomo che sono diventato?”, risponde Odisseo. La guerra trasforma chi resta e chi parte. Alla fine del canto XXIII confessa a Penelope il dolore che ha inflitto e quello che ha sofferto. Due dolori che si tende a separare.

Si interrogano come sono cambiati. La giustezza della causa non immunizza, anche una guerra giusta può produrre effetti drammatici. Avresti potuti amare l’uomo che sono diventato?” questa la domanda terribile. Nessuno dei due parla della guerra, se era giusta, se valeva la pena. C’è un costo della guerra. Non è perdita dell’innocenza. E’ la possibilità di essere riconosciuto e di riconoscersi come qualcuno che può essere ancora amato, perdonato, abbracciato… E Penelope dice a Odisseo di ricordare e dimenticare insieme.

Per Ulisse “Troia non poteva essere vinta, doveva essere distrutta”. E così saranno tutte le guerre che saranno combattute fino alla fine dei tempi. Così è oggi. La guerra non può essere combattuta senza disumanizzazione dell’avversario e delle sue cose. Come a Gaza, come i soldati di Kiev che sul corpo dei soldati russi sventrati, cercano il cellulare per inviare ai famigliari foto dell’ucciso. E viceversa. Nessuna delle due guerre (Ucraina e Medio Oriente) può essere perduta dalle due parti. Sapersi fermare, risparmiare altre rovine e vite umane, per poi combattere altre e diverse battaglie, questa è la responsabilità di chi guida un popolo.

I greci sapevano che la guerra non era per l’onore di Elena, ma per il controllo dei commerci… e l’hanno raccontata più volte. Ancora nel V secolo: “Le troiane”, “Ecuba” di Euripide. Donne che in una notte hanno perso tutto. La tragedia greca conosce la dimensione tragica della guerra, sa qualcosa che le strategie militari, i volenterosi di oggi non conoscono, non capiscono. Non immaginano come sarà il dopoguerra ucraino.

C’è poi un’altra Odissea, quella del Mediterraneo, sulla forza della natura che spinge e travolge, modifica i piani degli uomini. Il Mediterraneo, le isole, le coste… Un sito della Bbc pubblicizza le coste italiane come “riviere di Ulisse”. Non solo il Mediterraneo, anche il mar Nero, oggi conteso. Lì fu fondata da italiani Odessa; prese il nome di un sito antico, Odesso, e pare fu l’imperatrice Caterina a cambiare il nome dal maschile al femminile.

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