Un Pd piccolo piccolo, senza epos e passione. Tra pop, woke… Forse ora torna un po’ di Marx.

POLITICA LOCALE

“Casa comune”, ”Italia migliore”, “Vocazione maggioritaria”, “Partito della gente”… E subito correnti, divisioni, piattaforme, primarie, scissioni.

Dopo l’abbattimento del muro e la fine dell’Urss, passano un paio d’anni e il Pci diviene Pds. Molti dirigenti affermano: “Sapevamo già tutto”. Si riferivano al fatto che sapevano che l’Unione Sovietica doveva implodere, aveva i piedi d’argilla. Meglio una doppiezza e una faccia tosta che apparire imbecilli. Nel 2007 l’unione con la Margherita che si forma con la dispersione della Dc.

Scopo della nostra generazione è portare la sinistra al governo”. Si sentiva il bisogno di essere in sintonia con tutto ciò che si era schifato. Si abbraccia il pop in tutto i sensi, da Sanremo alla Tv commerciale, si apprezzano persino i cinepanettoni… Ci si vergognava del referendum per eliminare la pubblicità nei film sulle Tv private… Tutto poteva diventare di sinistra. Un super io progressista bonario e generico, farcito da luoghi comuni. Diverso dal super io comunista, con tanto di autocritica e testi sacri da citare alla bisogna.

A fianco correva l’immensa saggistica. “Pd, davvero”, “Cercasi  Pd, disperatamente”,  “Le belle bandiere e il colore perduto del Pd, “Lettera a un partito mai nato”, “Un partito sbagliato”, “Un partito da rifare”, “Pd, che fare?”, “Fallire per vincere”, “Nonostante il Pd”, “Al capolinea”, “l’ultimo partito”, “La missione possibile”. Ogni segretario o aspirante tale scriveva il suo libro – visione, o più di uno.

Il Pd non è mai stato un partito, ma un rifugio rispetto ai “mostri” incompresi della modernità. O ancora una categoria sentimentale. Veltroni: “Voglio più bene al Pd che non a me stesso”. Vince con D’Alema, ma poi si dimette. Veltroni e Franceschini, dai romanzi dell’uno a quelli dell’altro. Passando dalle pillole di saggezza contadina di Bersani. Poi Renzi. Parlava veloce, la Leopolda accoglieva tutti, le maniche di camicia. Sembrava il cambiamento. Dall’Urss ai democratici americani, prima Clinton e poi Obama.

Cambiare? Ma con la paura di  perdere qualcosa. Sognare la rivoluzione con la paura per ogni più piccola riforma vera. Poco di sinistra, troppo di sinistra, una specie di Dc. “Colpa della “Margherita”, si diceva. “Meglio se ci separiamo”. E il Pd restava immobile. Incompiuto sempre. Eppure voleva essere l’Italia, l’unica sinistra possibile. Mai incontrato qualcuno che lo votava convinto. Sempre scelto come il male minore, “sennò vince Berlusconi“. Il voto a Berlusconi era più coraggioso, una trasgressione. Il voto al Pd senza passione. Qualcosa si è mosso con Prodi. Suscitava qualche brivido. “Che Guevara delle due torri”, così lo apostrofò un giovane a Manfredonia.

Ora la svolta. L’intervento di Conte. Superiamo il Woke, facciamo come in America. Opportunismo finalizzato alle primarie? Ha citato Ocasio Cortes, che ha fatto autocritica su Woke e Cancel Culture. Insomma far marciare insieme i diritti civili con quelli sociali. In Italia non si sono avuti gli eccessi angloamericani non per merito della sinistra progressista, ma solo per la cultura storicista presente nella storia italiana. L’intervento di Conte ha sfondato una porta aperta. “Facciamo un cattivo servizio anche alle persone Lgbt e ai diritti civili se non proviamo a ricucire e a rilanciare sui diritti sociali”, dice un dirigente locale Pd. In fondo, però, lo scivolamento Lgbt è stato automatico, pigrizia culturale. Insomma parlare sui diritti civili è semplice, parlare di tutto il resto è difficile.

1996 – 2026. A Manfredonia da Prencipe a Lamarca, 30 anni. Prencipe veniva fuori dopo la crisi  irreversibile dell’industria chimica, da “mani pulite” e dall’Ulivo. Era un sindaco che dava stabilità e novità. Posto in verifica continua e alla fine fu sostituito da un gruppo bolognese – sipontino (la vecchia guardia si tirò indietro). Giovani e rampanti, si presero tutto a Manfredonia e provincia. Nel 2017 la grande implosione e nel 2018 lo tsunami 5 stelle. Il Pd, incapace di elaborare una svolta nemmeno dopo gli scossoni della Corte dei conti e dello scioglimento per mafia. Assente dal dibattito pubblico: immigrati, Pnrr, ghetti, agricoltura, ambiente, la perenne questione urbanistica, le contraddizioni (popolazione in calo, case con costi tra i più alti della provincia, e non solo; B&B in numero spropositato)…

Ci sono due anomalie a Manfredonia. La prima. Lamarca è sostenuto da varie liste civiche e da un Pd nettamente minoritario (5 stelle sono fuori dalla maggioranza). La seconda. Molti a 40 – 50 anni hanno compiuto l’intero “cursus honorum”. E scalpitano. Qui da noi non è come in Emilia (dove regge ancora un modello che permette di passare dal pubblico alle municipalizzate, cooperative…) Solo l’Asi (consorzio sviluppo) sembra appetibile. Ma sull’Asi si sono infranti due ex sindaci.

Ora si prepara il Campo largo per le politiche. Potranno influire sulla fragile maggioranza? “L’amministrazione dei 7 sindaci” è definita quella guidata da Lamarca. Non è così. Ma piace dirlo. Mina l’autorevolezza del Sindaco e/o definisce le voglie degli altri?

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn