Poesia e guerra. Voci da Palestina, Iran, Ucraina. “Ogni poesia è un atto di resistenza”
“Il centro dell’Iliade è la forza. La forza usata dagli uomini per sottomettere gli uomini… Non sono gli eroi i protagonisti del poema…. Siamo schiacciati da una forza oscura che distrugge i corpi, ridotti a stracci da spargere…” (Simone Veil).
Ci sono, però, cose che contano (affetti, relazioni, natura…), sono amate dolorosamente, perché con la guerra possono perdersi. L’Iliade è per la Grecia e l’Occidente quello che è “il vecchio testamento” per il popolo ebraico, scrive Rachel Bespaloff. Omero, un greco, va in giro e canta storie dove non ci sono buoni e cattivi, ma “uomini in pena, guerrieri in lotta che trionfano e soccombono”. Nell’Iliade “c’è la guerra e c’è la pietà. Priamo si reca da Achille a riscattare il corpo del figlio. Piangono insieme sul destino di morte che li circonda. “Gli uomini sono tutti uguali nell’infelicità”, Omero ha voluto che fosse il vincitore a ricordarlo al vinto.
Mahamud Darwisch. (1941 – 2008) Uno dei maggiori poeti del ‘900. Supera la cronaca degli orrori ed anche la poesia politica. Accusato spesso di aver tradito la sua missione, “…vorrebbero quella poesia/ quella metafora./ Se mi perdo per una via secondaria/ dicono: tradisce la via./ Se inciampo nella retorica dell’erba/ dicono: rinuncia all’ostinata quercia./ Se vedo rose gialle in primavera/ si chiedono: dov’è il sangue della patria sui suoi fogli? … E se alzo lo sguardo al cielo per vedere/ l’invisibile/ dicono: la poesia si è allontanata dai suoi motivi.// I critici… li ringrazio per avermi frainteso/ e cerco la mia nuova poesia”. Si collega a Omero, a libri e poemi fondativi dell’umanità… Si sente l’eco di Neruda, Ghiannis Ritsos…
Canta l’esilio. “Non si guardano alle spalle per dire addio all’esilio, / poiché un altro li attende. Assuefatti alla strada/ circolare, per loro non vi è né avanti, né dietro, / né nord, né sud. ‘Migrano’… lasciando un testamento/ in ogni metro del cortile di casa: Dopo di noi, rammentate solo la vita.// ‘Viaggiano’ dal mattino verde seta/ alla polvere del mezzogiorno, trascinando le loro bare/ piene/ delle cose dell’assenza: una carta di identità, e una lettera/ per un’amata all’indirizzo sconosciuto...” Il ritorno e la casa. “E tu ospite mio, sei ancora me come eravamo una volta?” – domanda la casa. “Sono saltato giù da questo muro per vedere/ ciò che è celato/ e per misurare la profondità dell’abisso“. A Gerusalemme, “dentro le antiche mura/ cammino senza un ricordo che mi orienti/… Non cammino. Volo e mi trasfiguro,/ Nessun luogo, nessun tempo. Chi sono io dunque?… una soldatessa mi urla all’improvviso:/ ancora tu? Non ti avevo ucciso?/ Dico: mi hai ucciso … ma come te, ho dimenticato di morire”. Gli ulivi, i cavalli, gli uccelli… la memoria, esercizio di resistenza. “Il nostro paese, nella sua notte insanguinata,/ è un gioiello che brilla per le distanze più lontane/ e illumina ciò che è al di fuori di lui… / Quanto a noi, dentro,/ soffochiamo ogni giorno di più!”
“Se dovessi morire,/ fa che porti speranza/ fa che io sia un racconto!“- ultima poesia di Refaat Alareer (1979 – 2023, morto a Gaza sotto le bombe). La guerra si prende tutto anche gli sguardi dei bambini, che tristi, smorti, beffardi… fissano aerei e droni e ci fissano. “Nonostante gli uccelli di morte di Israele,/ sospesi a due metri dal nostro respiro/ per sbarrare la strada verso Dio/ ai nostri sogni e alle nostre preghiere./ Nonostante tutto/ sogniamo e preghiamo,/ ci aggrappiamo alla vita con più vigore/ ogni volta che la vita di un caro ci viene sradicata con la forza”.
Garous Abdolmalekian, iraniano, coglie l’universalità del dolore in ogni conflitto. “Non sentirti solo/ non sentirti solo figlio mio!/ Questo è il Medio Oriente/ dovunque scaverai/ spunterà fuori/ un amico, un caro, un fratello”. La voce femminile sembra immaginare l’alba oltre il sangue della storia. “Qualcosa mi dice/ che in fondo/ a questa tetra e serrata via/ inatteso accadrà un evento./ Malgrado falci e asce/ le donne in fuga dalle torri della Storia/ riusciranno a visitare il mare/ e al di là di questo sanguineo orizzonte/ una gravida distesa/ avanzerà verso la luce” (Parvin Salajegheh, nata in Iran nel 1961)
In Ucraina, nessuno riconosce il proprio luogo. “Mentre dormivamo il mondo è cambiato ora è diverso/ sul corpo del giorno fioriscono i fiori del buio/ e le finestre ora sono cieche, i corvi hanno messo le piume rosse/ e i pesci sono volati a sud”. Per Iryna Shuvalova, la voce della poesia sembra spegnersi. “Cosa c’è da dire quando/ tutto intorno grida/ le sirene suonano/ il fumo si innalza/ i treni dell’evacuazione stridulano/ le bocche storte/ delle finestre rotte ululano“. La guerra richiude ogni spazio vitale. “L’Europa ha paura/ l’Europa indietreggia/ mentre cerca disperata/ di ripulirsi gli schizzi rossi/ dalle sue belle scarpette tutte lucide“. E nessuno può dirsi spettatore innocente.




