L’acqua c’è, le coltivazioni crescono, mancano i braccianti. Il ghetto c’è. E’ scontro sui migranti.

SOCIALE

Il Tavoliere torna a produrre di più. Negli ultimi anni le coltivazioni sono diminuite. Il rischio della siccità spingeva alla cautela. Ora la pioggia abbondante, la diga piena…

Ci sarà un aumento delle superfici coltivate, da parte soprattutto di “imprenditori agricoli” che prendono in affitto terreni non scoraggiati dalla carenza idrica. Il grano è residuale. Nei campi ci sono cime di rape, asparagi, pomodori, meloni, ceci, peperoni, melanzane, cavolfiori. Piantatura e semina, e poi raccolta a mano. La preoccupazione è la carenza della manodopera. Ed è il ghetto il maggiore fornitore.

Sul quotidiano “La Stampa” di Torino è uscito a metà marzo un articolo sul “Ghetto”. “Una autentica città di migranti che lavorano nelle campagne… Qui baracche, alloggi di fortuna, ma anche ristoranti, botteghe, attività commerciali improvvisate si sono stratificate per oltre 20 anni sulla ex pista dell’aeroporto abbandonato, in quello che è l’insediamento informale più grande d’Europa. Più di 4.000 persone vivono in estate soprattutto per la raccolta del pomodoro. Di inverno, a restare sono tra 1000 e 1500, dando luogo a un hub di intermediazione di lavoratori, spesso irregolari, con i produttori agricoli. L’abbandono è soprattutto sociale, per uomini e donne che tra mille difficoltà hanno creato una comunità… C’è il supporto dell’organizzazione umanitaria Intersos, che con la sua clinica mobile è un punto di riferimento, fornendo cure mediche e orientamento socio-sanitario… La regione Puglia ha messo in piedi molti progetti, come la foresteria… Anche se l’obiettivo più ambizioso, la riqualificazione di questo insediamento si è scontrata con la burocrazia che ha fatto perdere i milioni del Pnrr….” L’articolo racconta singole storie, le difficoltà, la precarietà igienica e sanitaria, i “quartierini” etnici, le relazioni, l’aiuto reciproco… Qui padre Arcangelo insegnava italiano e mise in piedi un’officina per aggiustare le bici. C’è l’inferno e molto altro che non è inferno.

A Manfredonia il “ghetto” è assente, rimosso… come il Pnrr con i suoi milioni. Il dibattito pubblico o non c’è o assume toni indigeribili. Ora alcuni consiglieri sollecitano la convocazione del consiglio comunale, e chiedono di far conoscere atti e decisioni adottate sulla gestione dei richiedenti asilo. I promotori non escludono “una raccolta di firme qualora emergesse una richiesta in tal senso da parte della popolazione, con l’obiettivo di rafforzare il percorso di trasparenza e partecipazione”. Forse non sanno che è diritto – dovere dei consiglieri comunali informarsi, consultare gli atti… e informare i propri elettori e i cittadini.

E’ successo altre volte. Risale a una ventina di anni fa il primo intervento pubblico (progetto Sprar), accoglienza di 25 richiedenti asilo. Accolti in appartamenti e piccole strutture. Il primo gruppo nell’ ex asilo nido in via Orto Sdanga. Un’associazione doveva seguirli e renderli autonomi: lingua italiana, scuola, spesa… Internet faceva le prime prove: nacque un movimento “spontaneo”, con allarmismi, accuse… Una riunione in Consiglio comunale per chiarimenti si trasformò in rissa. Una folla enorme riempiva sala, corridoi, scalinata, gruppi stazionavano in piazza del Popolo. Qualcuno “informato” parlava di rischi, malattie… Un ex Sindaco (Spinelli), e poche altre persone disponibili ad ascoltare furono aggredite… Le minacce continuarono: qualcuno pronto a incatenarsi, ronde notturne vigilavano nella zona Pontelungo e Stazione per evitare l’arrivo di migranti… Il progetto andò avanti, senza interventi moralistici, con le informazioni giuste. Gli ospiti furono accolti sul Comune, c’erano consiglieri di maggioranza e opposizione, molte le donne (assistenti sociali, delle parrocchie, della Paser…) Un afgano, piccolo e smagrito, ringraziò commosso. La polizia c’era, ma non era visibile. Quel giorno stesso tutto svanì.

Sono arrivati oltre 50 milioni di Euro a Manfredonia per eliminare il “Ghetto”. Nessun dibattito pubblico. La regione Puglia incaricò il politecnico di Bari del progetto. Convenzione con il Comune di Foggia, che pare dovesse assumere la regia (tra i luoghi di insediamento vi erano i borghi “fascisti” del territorio di Foggia). I due consigli comunali quello di Rotice e poi di Lamarca… sapevano, lo sapevano gli imprenditori (un articolo di Cariglia uscì su Stato quotidiano). Assenti le associazioni di categoria, sindacati, forze politiche. Dopo l’intervista televisiva al Sindaco Lamarca, critiche, ironia… ma nessuno chiese un dibattito in consiglio comunale. E’ spuntato anche un prefetto che doveva occuparsene, altri prefetti si sono avvicendati in una ventina d’anni.

Il ghetto, 4.000 persone. Si tratta di inventarsi una città. Meloni potrebbe prendere esempio da Mussolini, che, reduce dal successo nell’Agro Pontino, incaricò per il Tavoliere il Consorzio di bonifica. Poi in una visita non nascose la sua delusione. “Tutto qui?”, disse nel comizio a Foggia. E affidò il compito all’Opera Nazionale Combattente, ONC, la scritta che alcuni poderi conservano sulla facciata delle case coloniche. Un progetto con un centinaio di borghi rurali, di cui almeno tre previsti sulla strada per Manfredonia.

Con il Pnrr si poteva sognare un ripopolamento del Tavoliere. Non è avvenuto. Ora possiamo evitare di qualificarlo solo come luogo del malaffare e della mafia? Non è più pericoloso di tante altre periferie urbane. Possiamo dargli un nome? Potremmo seguire la via di interventi sociali, di protezione… Seguendo l’esempio di Padre Arcangelo sono decine e decine i braccianti che si muovono sulle strade del Tavoliere in bicicletta!

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