Memoria e leggi razziali. Concezio Petrucci e l’urlo che viene da Segezia (Foggia).

CULTURA

Nell’estate del 1938, sulla spiaggia, una bambina osserva i grandi che parlottano a bassa voce, si passano il giornale, sono preoccupati, non rispondono alle domande. Non mi piacciono i grandi quando decidono di farti un discorso… e pensano a impacchettarti la notizia come una merendina”. La merendina è che non potrà andare a scuola. Perché? “Perché Mussolini non vuole che i bambini ebrei vadano in classe con gli altri”. Così inizia il libro “Una bambina e basta” di Lia Levi. Da allora per Lia un’altra vita: nascondimenti, inganni, bugie… Ed è stata fortunata; si è salvata.

1938, l’anno delle leggi razziali: colpiti 47.000 ebrei. Nessuno ne parlò. Silenzio negli ambienti di cultura, tra gli imprenditori, nulla sulla letteratura dell’epoca. “Una storia di meschinità, egoismi, tradimenti” (Sabbatucci). E’ dopo la Repubblica di Salò, con l’occupazione tedesca, con la resistenza che muta la prospettiva.

Le leggi razziali cambiano la vita anche ad uno dei più famosi architetti del regime, Concezio Petrucci.  Nato nel 1902 a S. Paolo Civitate, ebbe incarichi importanti: piani regolatori di grosse città, progettazione di nuove città: Aprilia, Pomezia, Fertilia… Edifici e complessi edilizi significativi realizzati pure a Foggia e Bari.

Petrucci nel 1934 incontra e si innamora di una donna tedesca ebrea fuggita in Italia, Hilde Brad. I due vanno a vivere a Roma e nel 1938 nasce la figlia Flaminia. Petrucci deve proteggere la moglie e la figlia, che dalla nascita fino alla liberazione di Roma, sa che la donna che sta in casa è l’istitutrice francese e non la madre. “Solo mio padre era mio padre, e questa era l’unica cosa certa. E io l’avevo creduto”. Dormivano insieme in una grande stanza, Hilde e Flaminia, tra le due per sei anni mai una carezza, un bacio, una coccola. “Sapevamo che in qualche modo ci era proibito”. Il padre la portava sempre con sé, sul lungo Tevere, al circolo nautico, le raccontava del suo paese in Puglia, cantava a squarciagola “Cicirinella aveva ‘nu mule…”. Era sempre allegro e doveva tirare fuori tutta l’immaginazione possibile per proteggerla e farla vivere serenamente: i nascondigli più strani, come quello nella scultura di un grande cavallo di un artista suo amico, le fughe improvvise,“a mio padre doveva piacere svegliarsi in case diverse”.

Abitavano in 4 case diverse. “Dovevamo fuggire da qualche misterioso pericolo… rapidamente ci spostavamo da una casa all’altra. La prima era la casa dove ero nata, la seconda era lo studio di mio padre. Poi c’era la casa della mia istitutrice… Ultima era la casona grigia e buia, piena di corridoi neri. Quello era il posto dove ci si nascondeva meglio. Era una casa prestata da certi cugini pugliesi. Nessuno mi spiegava perché ci dovevano nascondere… Dovevo giurare di non rivelare alcun segreto. Giuravo continuamente”. Sei anni di fughe continue, di controllo delle emozioni e degli affetti.

Petrucci continua a lavorare per il regime e progetta a Roma il Padiglione per la difesa della razza.  Ma in quegli anni c’è Segezia. Petrucci è un famoso architetto fascista e a Segezia abbiamo novità importanti. Finora accanto alla casa del fascio, vi è sempre stata la torre del comune a rappresentare la comunità, l’immagine di quello stato etico, in cui ogni individuo si deve riconoscere. A Segezia, invece c’è il campanile, che rappresenta un’altra idea di comunità. Segezia è l’opera di un’artista che ha visto sconvolto tutto il suo mondo e gli è uscito quel campanile che è come “l’urlo di Munch“. Un campanile “strano”, ecumenico. La cuspide ricorda i minareti; il verde, il colore dell’Islam. E’ un grido, un urlo. Un manifesto antifascista (Pennacchi e Piemontese).

Petrucci rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò. Muore improvvisamente nel 1946. Il funerale lo pagano gli amici. Flaminia Petrucci nel 2004 pubblica un libro, Uova di luce,  in cui racconta la sua vita e il rapporto straordinario con il padre.

 

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