“Oggi i palestinesi sono gli ebrei degli israeliani”. E’ questa un’opinione errata.

CULTURA

La frase è stata attribuita a Primo Levi, che non l’ha mai pronunciata. Era, invece, contenuta nella recensione ad un libro dello scrittore torinese, uscito nel 1982: “Se non ora, quando?”

Un romanzo che racconta la nascita del sogno di Israele, tra gli scampati ai lager e ai pogrom. In quel frangente storico non poteva mancare quella zattera di salvataggio. La nascita di Israele avrebbe cambiato la storia del popolo ebreo e di quell’angolo del mondo, che da allora è al centro di una conflittualità inestinguibile. Di cui è difficile persino parlare.

Ho cercato di elaborare in classe un punto di vista tollerante. Abbiamo raccolto molto materiale, e ci siamo invischiati in percorsi inestricabili, scivolosi. Siamo partiti dall’idea che l’altro ha diritto a esistere. Negato da Hamas a Israele. E negato da Israele ai Palestinesi con un confinamento illimitato”. Una insegnante mi parla della difficoltà a discuterne a scuola. I discorsi “tradizionali” di pace e guerra, di violenza e non violenza…  si impantanano sempre in Medio Oriente. “In altre situazioni le posizioni dell’Onu costituiscono un punto di partenza, ora anche il segretario Guterres, che condanna nettamente Hamas, è aspramente criticato solo perché  ha ricordato che la risoluzione dell’Onu dei due Stati è ferma da decenni”. L’insegnante lamenta  la mancanza di giornali e giornalisti che sappiano unire fatti, analisi, prospettive. “Questo continuo e strumentale richiamo al male assoluto impedisce di capire i fenomeni storici. Ritengo che sia compito della scuola aiutare ad analizzare i conflitti del nostro tempo, a chiarire alcune parole: Antisemitismo, sionismo, razzismo, disumanizzazione… Per me la Shoah è un principio umano, civile e politico imprescindibile… Resta un unicum nella storia, ma sento anche il bisogno di affrontarla diversamente a scuola, e allargare lo sguardo ad altre realtà

Se non ora, quando? Un romanzo – epopea. Storia di una banda armata, uomini e donne fuggiti dai lager e pogrom che combattono una loro guerra per una patria e una dignità. I personaggi sono inventati, ma il contesto è documentato e accurato. Questi partigiani ebrei hanno la loro canzone. “Ci riconoscete? Siamo le pecore del ghetto / … Ora abbiamo imparato i sentieri della foresta, / Abbiamo imparato a sparare… / I nostri fratelli sono saliti al cielo / Per i camini di Sobibor e di Treblinka, / Si sono scavati una tomba nell’aria. / Solo noi pochi siamo sopravvissuti / Per l’onore del nostro popolo sommerso / Per la vendetta e la testimonianza… “ Il loro sogno: andare via dall’Europa, verso  la terra dove saranno “uomini tra gli uomini”. I versi sono di Primo Levi. Il ritornello invece è nel Talmud:Se non sono io per me, chi sarà per me? Se non così, come? E se non ora, quando?”. E’ giunto il tempo per questi sbandati di essere padroni del proprio destino. Un romanzo corale, figure umanissime, con il fucile e il violino, atei o pieni di Dio, partiti dalla Russia bianca, attraversano l’Europa nel biennio 1943 – 1945. E parlano molto, discutono molto. Perché i tedeschi uccidono tutti? “E’ difficile spiegare – Dice l’orologiaio Mendel. “I tedeschi pensano che un ebreo valga meno di un russo e un russo meno di un inglese, e che un tedesco valga più di tutti”. Quando si pensa questo, si ritiene giusto anche farlo schiavo o ucciderlo. Incontrano polacchi, altri sbandati, la gente dei villaggi, hanno un’identità multipla (russa, comunista, ebrea), ma sono orgogliosi di dire “siamo partigiani ebrei”. Sanno quello che accade nei lager, una loro ragazza è uccisa ed essi si vendicano sui tedeschi. Ma rifiutano di ammazzare gli innocenti o di coinvolgere i villaggi. “Fare la guerra è una brutta cosa, ma uccidere i nazisti è cosa giusta”. In una pausa, lordi di sangue, sporchi… Mendel prega. Un ufficiale polacco: Preghi, ebreo? Perché?”. Mendel risponde: “Perché ognuno è l’ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi”.  “Vorrei che la guerra finisca. Presto e dappertutto.. Dovrei pregare anch’io… e non sono più capace… Racconta e cerca di capire… Racconta, tu che aspetti ancora il Messia; forse verrà per voi, ma per i polacchi è venuto invano”. Il gruppo riesce ad arrivare a Milano. Una terra finalmente ospitale? Una storia di persone erranti, che dagli orrori del passato si aprono a una grande speranza. “Io avverto, dice Primo Levi nel 1986, un legame forte con Israele, perché fatto da noi, dai miei compagni di prigionia. Però non mi riconosco affatto nei suoi comportamenti attuali” .

C’è un tremendo deficit informativo. Nell’estate scorsa ci sono stati scontri sanguinosi tra palestinesi e coloni, nessuno ne ha parlato. Si dice che i palestinesi devono riscoprire metodi non violenti di lotta, quando ci hanno provato (ostacolati dall’interno e dagli israeliani), nessuno ne ha parlato. Un singolo stato non è possibile. Due Stati, quindi… Ma non si riesce a porre la domanda fondamentale: Che cosa si è disposti a rinunciare per la pace? Dall’una e dall’altra parte. C’è una sorta di “pensiero magico”, si aspetta, come se i problemi si debbano risolvere da soli. E c’è l’ipocrisia occidentale. L’Europa bloccata dai suoi sensi di colpa. Resta infine una domanda fondamentale, quella del procuratore generale Gideon Hausner ai testimoni ebrei, nel processo Eichmann. Perché non vi siete ribellati? Una domanda retorica. E’ lecito a Israele difendersi. Pareggiare le vittime, andare oltre, molto oltre… Ma cosa è concesso ai Palestinesi?

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