The day after. Un disastro irreversibile. I clan dietro i roghi? Troppo semplice e scontato.
Brucia il bagno Romagna nato negli anni Settanta, con i rifiuti intorno, le ecoballe, e poi la zona umida, l’Oasi del lago Salso.
Lunedì 21 luglio alle sei del mattino compio un lungo giro sugli argini. Qualche specchio d’acqua, poche strisce di canneti in piedi, il resto è nero. Residui di canne bruciate volate via si trovano nelle campagne circostanti, nel mare. I canneti bruciano facilmente, ma si spengono con difficoltà, nel terreno surriscaldato continuano a trattenere fuoco e calore. Non è la prima volta per l’Oasi.
I fuochi sono frequenti a Manfredonia. Cinque anni fa alla chiusura del lockdown in una notte una decina di roghi tra auto, attività artigianali, magazzini… Un mese fa 6 auto in fiamme in una sola notte. Le auto bruciate non fanno più notizia. Come pure i furti nelle campagne. Non è facile raccontare la criminalità, occorre saper collegare le azioni delittuose, riportarle alla memoria, il rischio dell’indifferenza è sempre dietro l’angolo.
C’è un’unica regia? Il bagno Romagna potrebbe rientrare nella pressione che vi è per le concessioni di licenze per stabilimenti balneari. Le ecoballe? Forse per affrettarne lo smaltimento. E il Lago Salso? L’Oasi vive da alcuni anni una situazione di forte tensione tra associazioni, WWF, Parco Nazionale, Centro studi naturalistici. Conflitti anche con i coltivatori delle vasche per l’uso delle acque. Qualche agricoltore avanza spiegazioni “complottistiche”. I terreni, già prosciugati dalla siccità, sono bruciati per occuparli, seminarli, o versarvi rifiuti. Il fuoco è, invece, nato dalla strada, probabilmente un atto dimostrativo, ed è stato così devastante per la prolungata siccità.
L’Oasi era in una condizione di abbandono, senza cura. Non c’è più nemmeno il servizio di guardiania estivo, presente fino a un paio di anni fa. A Manfredonia è emersa la convinzione che il buono che c’è – Basilica, Parco archeologico, museo nazionale – derivi da una forte autorità esterna. Ed oggi si sostiene che il rifiuto del comune di Manfredonia di fare dell’Oasi una riserva di Stato sia stato un errore.
Non c’è solo il Lago Salso. Nella grande pineta che costeggia il golfo il disastro è stato evitato per un pelo. Domenica mattina presto percorro l’arenile di Siponto fino alla foce del Candelaro. Entro nella pineta, mucchi di rifiuti ovunque, dopo una ventina di metri, trovo l’area dove è stato appiccato l’incendio. Spento dai soccorritori, ma per fortuna le fiamme si erano propagate lentamente per via di piantine giovani e un sottobosco verde. Proseguo lungo la via sterrata verso Siponto, incrocio la stradina che porta all’Ultima spiaggia, stabilimento balneare devastato da un incendio un paio di anni fa. Il primo grosso stabilimento è dell’esercito e poi quello dell’aereonautica, ovunque gli avvisi: “Zona militare invalicabile”. Tutta questa ampia area (un rettangolo di un paio di centinaia di metri) è recintata, decine gli alberi tagliati per parcheggi. Non si può attraversare. E in caso di incendio? Un grande cartello dell’esercito: ”21 reggimento di artiglieria terrestre Trieste, base logistico – addestrativa di Siponto” (!). L’aereonautica riporta il divieto di accesso, di fotografie… sulla base del Regio Decreto del 5 – 6 – 1939. Prima della seconda guerra mondiale! Pare che la pineta doveva essere la base nascosta di idrovolanti.
La pineta che circonda il golfo è stata oggetto di un progetto europeo. Qui si trova un habitat di dune costiere con pinus pinea e/o pinus pinaster, minacciato dalla presenza di specie arboree estranee alla vegetazione autoctona come Acacia, Eucalyptus… Il progetto europeo ha eliminato le piante estranee, ha reso fruibile le bellezze naturalistiche, con aree attrezzate per soste e pic nic, spazi ludici, parchi giochi, tabelle didattiche. Tutto distrutto dopo un anno. Di questa pineta una settimana fa ne parlavano un gruppo di cittadini che esprimevano la preoccupazione per un possibile incendio. C’è un’altra grande pineta sopra i comparti, vicina alla cava. L’ho scoperta alcuni anni fa, bella, lineare, giovane. Ora piena di rifiuti, di materiali inerti, il muretto che la delimita divelto in più punti. Due grandi pinete sconosciute ai Sipontini. Dovrebbero essere il fiore all’occhiello, da proteggere e da vivere!
Si dice che dietro i roghi ci siano i clan. Monte S. Angelo: un agguato notturno a un uomo con precedenti penali. Paura per un ritorno della faida, poi tutto rientra, eppure i tre indagati hanno tutti poco più di vent’anni. E non dovrebbe essere questo motivo di preoccupazione? S. Giovanni Rotondo brucia. Per questioni di aree edificabili e altro. Scrivo mentre i canadair sorvola la mia testa da 5 cinque giorni.
C’è la mafia, certamente, e c’è la zona grigia, che non è cambiata, si è estesa…. E la società civile? Ascolta, storce il muso e resta in silenzio. Ora c’è un effluvio emotivo. Ma tutto in breve finirà. La mafia non può essere un alibi per tutto e tutti, anche per le Forze dell’ordine che devono investigare prima di pronunciarsi. C’è un crollo etico-politico. Siamo tutti vulnerabili, privi di difese di fronte a un ambiente che ammorba, spinge al silenzio, a farsi i fatti propri. Dal Corso e dalla piazza (dove si spettegola su tutto) si guarda al Palazzo di città con diffidenza, sospetto, aggressività. Tutti incapaci di esprimere critiche, pensieri di partecipazione e di cura, idee di prevenzione…




