50 anni fa. Il Circeo e i pariolini. La morte di Pasolini, l’intellettuale corsaro e luterano.

CULTURA

I fatti del Circeo sconvolgono l’Italia e dividono gli intellettuali di sinistra. E’ vivace la polemica tra Calvino e Pasolini.

Tra il 29 settembre e il 1 ottobre 1975 trentacinque ore di sevizie e crudeltà per due donne: Rosaria Lopez 19 anni ammazzata, Donatella Colasanti di 17 anni, creduta morta. Entrambe chiuse nel bagagliaio dell’auto. Gli autori tornano a casa, ai Parioli, il giorno dopo avrebbero provveduto a sistemare i corpi. Qualcuno sente una voce flebile, avvisa la polizia, che risale ai tre assassini, giovani intorno ai 20 anni, di orientamento neofascista, e di buona famiglia. Al processo il Pubblico Ministero dice: “Il massacro del Circeo è stato il delitto del più forte sul più debole, del ricco sul povero, del maschio sulla femmina, del giovane dei Parioli su quello delle borgate”. Il processo “segnerà” la storia delle donne, apre squarci inquietanti sulla cultura delle fasce giovanili, porta alla luce la violenza quotidiana a Roma.

E’ Roma corrotta? Sono i pariolini tutti neofascisti? Pasolini contesta “la lettura di classe”, fatta da Calvino. “Nelle borgate accadono le stesse cose”, dice. E’ tutta l’Italia che è cambiata, “un mutamento antropologico, un genocidio culturale, la cultura popolare non esiste più”. I poveri sono diventati “brutti, sporchi e cattivi”. Un’espressione popolare, che diviene il titolo di un film del 1976 di Ettore Scola. Per Pasolini il paese intero è contagiato. L’Italia del 1975 è cresciuta economicamente, ma una valanga di delitti la sommergono. Ci sono periferie dove vi è coprifuoco. E’ peggio del 1945: non ci sono macerie di case e monumenti, ma di valori, umanistici e popolari.

Pasolini era sempre imprevedibile e spiazzante: nel ’68, nello scontro di Valle Giulia, si schiera dalla parte dei poliziotti. “Quando ieri avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché sono figli di poveri… A Valle Giulia, si è così avuto un frammento di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri”. Anche sul Referendum del divorzio è controcorrente. La vittoria del “No” è segnale di una mutazione antropologica, una omologazione: vincono i valori edonistici e l’idea di una libertà individualistica.

Due libri, “Scritti corsari” e “Lettere luterane”, raccolgono articoli usciti sul “Corriere della Sera” e “Il Mondo” nel 1974-75. Una requisitoria appassionata sull’Italia dopo il miracolo economico, profondamente cambiata rispetto agli anni del dopoguerra. “In Italia non si è avuto nessun progresso, ma solo un enorme sviluppo che è consistito nel consumare beni superflui“.

Chiede l’abolizione della Tv, che permette l’affermazione di una nuova cultura, in cui tutto è possibile, e il Processo alla Dc, colpevole di connivenza con la mafia, distruzione del paesaggio, delle città… incuria verso scuole, ospedali, campagne… La Dc è in sostanza responsabile della degradazione antropologica degli italiani.

A queste provocazioni nessuno risponde. “Sono due anni che cerco di capire e spiegare e sono indignato per il silenzio che mi ha sempre circondato… Nessuno mi ha aiutato ad andare avanti e ad approfondire i miei tentativi di spiegazione“, scrive amaramente il 30 ottobre sul “Mondo”, nella “lettera luterana a Italo Calvino”. Due giorni dopo è ucciso.

La mattina del 2 novembre 1975, il corpo è trovato sul lido di Ostia. L’assassino di Pier Paolo è subito individuato nel giovane Giuseppe Pelosi. Le incongruenze sono molte e Pelosi non è solo quella notte. Il luogo, l’occasione dell’incontro confermano la vita “non cristallina” di Pasolini e si ha fretta di chiudere la vicenda. In sostanza non ci sono indagini. Pelosi, arrestato alla guida dell’auto di Pasolini, confessa il delitto. E questo basta.

Cosa ci resta? La sua vitalità (gioca fino a pochi giorni prima di morire a pallone con i ragazzi delle periferie), e la visione agonistica della vita e della battaglia delle idee. La sua polemica e ostilità sono dichiarate e aperte. Non sceglie mai il silenzio, né grida o si scompone, ma espone le sue idee e argomenta il suo dissenso in modo fermo e mite. Ci resta la grande curiosità e capacità di sperimentare forme, generi, linguaggi diversi (il dialetto friulano, la lingua delle borgate romane, quella del cinema, del teatro, la lingua aspra del polemista). Prende tutto sul serio. Non ride mai, in pubblico almeno. Solo qualche foto lo ritrae sorridente, con la madre o sul set di Medea con la Callas. Ci restano il narcisismo “sincero” e le sue contraddizioni: moderno e antimoderno, disciplinato ed eretico…

Tra le “lettere luterane” (pubblicate postume) ci sono tre poesie rivolte dai ragazzi a maestri e padri: smettetela di “trattarci come scemi” e di parlarci solo dei diritti. Diteci i “nostri doveri, ché ai nostri diritti, se vorremo, ci penseremo noi”.

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