Si riscrive la storia e non si sa più cos’è la pace e cos’è la guerra.

CULTURA

Siamo travolti dalla propaganda e da una neolingua bellica. Non è una pratica dei social, ma uno strumento di gestione dei conflitti ai massimi livelli dei sistemi politici e delle alleanze.

Trump dichiara che non parteciperà al G20 in Sudafrica perché lì c’è la repressione dei bianchi. Mandela è così archiviato. Il premio della pace quest’anno è assegnato a un’attivista venezuelana che per prima cosa invita gli Usa a intervenire con la forza nel suo paese. Pina Picierno, eurodeputata del Pd, scrive orgogliosa di aver impedito una conferenza sulla Russia a un professore emerito dell’Università di Torino, Angelo D’Orsi.

Si agitano fantasmi mai sopiti del Novecento. Ottanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale, alle celebrazione non si fa alcun riferimento al sacrificio del popolo russo. “La ricorrenza della sconfitta tedesca del 1945 ha messo in campo un’ondata revisionista patetica con una strumentale e insistita svalutazione del ruolo dell’armata rossa” (editoriale rivista Prometeo). Abbiamo ascoltato ripetuti riferimenti al 1914, alla conferenza di Monaco del 1938… Non bisogna fare come allora, si sostiene. Ma nessuno dice come.

Negli USA Si trasforma il ministero della Difesa in ministero della guerra, e il neoministro Hegseth è capofila del rinato linguaggio bellico, tra altre cose ha riconfermato la menzione d’onore ai soldati che hanno provocato il massacro di Wounded Knee, lì nel 1890 il 7 cavalleggeri stermina con moderne mitragliatrici una tribù di Sioux Lakota, che si dirige, dopo l’assassinio di Toro Seduto, verso l’accampamento di Nuvola Rossa, per avere una maggiore protezione. Trecento i morti, solo cinquantuno i superstiti. Premiati 19 soldati con la medaglia d’onore. Wounded Knee, 83 anni dopo, nel 1973 è occupato dagli indiani che reclamano diritti e parità, come chiedono gli afroamericani. All’occupazione di quel luogo sacro il Corriere della sera dedica una ventina di articoli. Il congresso degli indiani d’America ha chiesto più volte la revoca di quelle medaglie. Il ministro Hegseth le riconferma. Cosa c’è di eroico nel massacro di una popolazione inerme?

E i premi per la pace? Nel maggio del 2024 Macron riceve il premio per “La pace di Westfalia”. Una pace importante: nel 1648 mette termine alla guerra dei trent’anni e alle guerre di religione. Chiude uno dei periodi più sanguinosi e atroci della storia europea. Quattro anni di trattative, due accordi: con la delegazione protestante a Osnabruck e quella cattolica a Munster. Cattolici e Protestanti si mantengono a distanza, non si incontrano mai, né si stringono la mano. Le due paci sono pubblicate insieme il 24 ottobre 1648. Negoziati lunghi per disinnescare passioni e odi, porre fine a guerre totali, a massacri indiscriminati. Si raggiunge la pace tra nemici acerrimi che non si guardano mai in faccia. Per merito di due cardinali (Richelieu e Mazzarino) nasce un nuovo ordine europeo. La motivazione a Macron: impegno nella cooperazione e difesa europea, e coraggio nell’attuare riforme “impopolari e necessarie”. Per ottenere il premio occorre attuare riforme impopolari?

Ursula Von der Leyen a fine maggio 2025 nella sala del trono ad Aquisgrana riceve il premio per la pace “Carlo Magno”. Un grande sovrano: ha creato un vasto regno dei Franchi nell’Europa centrale, ha posto fine alle invasioni dei mori… Carlo Magno ha posto le basi della cultura europea. Ha promosso (con il sostegno di Alcuino, grande studioso e suo consigliere) la rinascita culturale, le scuole, ha avviato la correzione dei testi della tradizione, ha condotto una vasta opera di salvataggio del mondo classico. Ha creato, poi, una scrittura semplice e leggibile: la carolina, una minuscola a stampa che si usa ancora oggi. Carlo era analfabeta, parlava teotisco (tedesco) e latino, ma capiva anche il greco. Il premio va alla Von der Layen, impegnata nel riarmo dell’Europa e nella difesa dell’Ucraina dall’aggressione di Mosca, fino alla vittoria.

E’ difficile seguire le vicende quotidiane di una alterazione del linguaggio, di scelte che spingono alla guerra. “L’Europa con l’elmetto può portare l’Ucraina alla vittoria”, scrive “Il foglio”. Bisogna combattere, dice l’articolo, per altri 5 anni ed allora la Russia sarà messa in difficoltà. E nel frattempo quanti saranno i morti? Le ultime notizie parlano di una “Cia” europea, di una nuova “intelligence” alle dirette dipendenze di Ursula Von der Layen. La Germania avrà a breve l’esercito più potente d’Europa e il filosofo tedesco Iurgen Habermas si preoccupa.

Ma l’Europa ha un futuro? Prima di rispondere occorre dire che oggi è priva di autonomia politica, svuotata di qualsiasi spinta ideale. Una enorme escrescenza burocratica che dà vita a figure come la Von der Layen, del tutto fuori scala nel ruolo di guida dell’Europa. Il lituano Kubilius (commissario alla difesa) propone di spendere 6.800 miliardi di euro nei prossimi anni. Dove prendere questa enorme somma? Ci riarmiamo per fare cosa?




Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn