Parlare di pace e guerra a Manfredonia. E di Groenlandia. Con un convitato di pietra.

SOCIALE

“Dalla violenza ai negoziati”. Un incontro pieno di domande. E’ difficile dare risposte, con mutamenti continui e quotidiani, in un mondo imprevedibile.

“La pace è difficile, costa fatica, incomprensioni… Ma i risultati di essa sono incommensurabili”. “Tanti soldi alle armi sottratti al sostegno alle persone fragili… Un riarmo in ordine sparso, senza impegni comuni. e si riapre la corsa al nucleare!” “Siamo in un’economia di guerra… La società invecchia, e i giovani devono essere inviati a combattere?” “Ci prepariamo alla guerra con la Russia, dimentichiamo il Mediterraneo… Da giornalista ho compiuto un viaggio in un sottomarino… un fondo pieno di cavi e relitti, segno di varie potenze che lo attraversano”. “Perché quando si è sciolto il Patto di Varsavia non si è fatto altrettanto per la Nato?” “Gli americani vanno via e che ne è dei loro arsenali? Delle atomiche ad Aviano?” “L’89 ha sconfitto il comunismo, e l’Occidente non ha colto le sue nuove responsabilità”. “Molti sono i modi di fare le guerre, si distrugge, si devasta, si affama. Si colpiscono gli inermi. Possiamo non parlare di genocidio?” E si cita il Talmud, si parla di Medio Oriente, Ebrei e Gaza, di Africa e Venezuela. “Vedere la guerra cambia profondamente. Ho incontrato in Jugoslavia un ragazzo, parlava in modo fluente l’italiano ‘L’ho imparato ascoltando radio Vasto Centro‘. Sognava di venire qui su questa sponda. Poi, dopo poche ore, l’ho visto smembrato, senza un braccio e una spalla”.

Una pace disarmata e disarmante” “Il Papa non ha parlato di pace giusta e nemmeno di guerra giusta” “L’ordine bipolare è finito, quello a guida americana ancor più. Come sarà un ordine multipolare senza l’Onu?” Il Vescovo Moscone e Paolo di Giannantonio si alternano e dialogano. Si apre il dibattito, molti chiedono di intervenire. Si parla di Onu, di guerre per il dominio tecnologico e alimentare, del clima, delle marce di pace, di Ocalan e del disarmo dei Curdi.

C’è un convitato di pietra.Io voglio la Groenlandia”. Gli europei si svegliano, c’è chi invia tredici soldati, chi un ufficiale, chi apre il consolato… Il parlamento europeo si scuote e riceve Nielsen, primo ministro della Groenlandia. Vuole mantenersi libero tra i due blocchi (Usa e Ue), parla di caccia alle foche, che è “linfa vitale della nostra cultura e della nostra identità”. La Groenlandia è possedimento danese dal 1775. “Colonizzata dalla Danimarca e sottoposta ad abusi gravi e documentati… Per i Groenlandesi  lo status quo è un quadro coloniale con squilibri di poteri  irrisolti… Il diritto internazionale non è un menù dove scegliere solo ciò che conviene”, lo dice sull’Espresso la deputata Aki-Matilda Hoegh-Dam. Ora l’immensa isola ha ampia autonomia amministrativa, ma politica estera, difesa, politica monetaria, polizia… sono danesi. Negli anni ’60 e ’70 sulla metà delle donne fertili Inuit c’è stato l’impianto forzato di spirali, per bloccare le nascite. Una sessantina di esse hanno chiesto il risarcimento.

Ma veniamo all’acquisto. Gli americani hanno comprato gran parte del loro territorio. Dalla Francia (1803) la Louisiana, che non era lo stato intorno a New Orleans, ma tutto l’immenso bacino del Mississippi che comprende ben 11 Stati. Dalla Spagna (1819) la Florida ed altri ampi territori, altri dal Messico: Si raddoppia la superficie degli Stati Uniti. Senza guerre: acquisti, indennizzi, trattati. Un rovello per gli storici europei. Seguono l’Alaska dalla Russia (1867), le Filippine dalla Spagna, le isole vergini dalla Danimarca. Una volta era possibile ora invece suscita sdegno. C’è il Diritto internazionale che richiede l’autodeterminazione dei popoli!

La Groenlandia è geograficamente parte del Continente americano. Trump è folle? “Non parliamo di follia” (Zamagni). Si muove secondo un preciso disegno economico e strategico. Con lo scioglimento dei ghiacciai si aprono nuovi percorsi, nuove rotte, materie prime. A chi vendere e quanto? Alla Danimarca non pare possibile, visto che ha mantenuto e mantiene sfacciatamente una colonia in Europa. La popolazione indigena è di 56.000 abitanti su una superficie che è sette volte l’Italia. Potrebbe essere venduta sotto l’egida dell’ONU, almeno 500 miliardi di dollari: dare una parte alla popolazione e l’altra per la ricostruzione dell’Ucraina e per Gaza e i Palestinesi.

C’è tempo alla fine per qualche altra domanda. L’appiattimento dell’informazione. “C’è indifferenza… siamo passati dall’Olocausto nucleare al distacco emotivo, all’assenza di voci diversificate. Sono scomparsi gli inviati speciali… Forse se provate dal basso a raccontare questo incontro, utilizzare i social e fare pressione…”. Ultima domanda. Cosa avverrà? “Non chiedete cosa sarà del futuro? Ci riserverà delle sorprese. C’è pure l’Africa. In questi giorni c’è una pace fragile in Congo. Si parla di 10 milioni di morti dal 1960 a oggi, che si aggiungono ai 10 milioni del periodo coloniale belga” . “E c’è l’Europa. A chi potrebbe fare paura un’Europa che può contare sulla forza tecnologia europea e sulla energia e le materie prime della Russia?” (Di Giannatonio).



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