Quella maledetta paura di andare al voto. E la chiamano responsabilità

CULTURA

“Il coraggio, uno, se non ce l’ha mica se lo può dare”. Così risponde don Abbondio al cardinale che lo rimprovera per la sua viltà.

C’è una paura di andare al voto. Quando la situazione permette di tirare avanti perché rischiare e magari perdere quello che si ha? Una prudenza chiamata responsabilità. Dice il Machiavelli che si può essere, nell’agire politico, respettivi o impetuosi, cioè prudenti o coraggiosi. Si può riuscire bene usando cautela o anche impeto. Dipende dai tempi: quieti o vorticosi. Attenzione a non confondere la prudenza con l’ignavia e con la difesa di interessi immediati.

Il governo nazionale. Si sono messi insieme e dicevano che c’era condivisione. Non era vero, ma non volevano andare al voto. Hanno riconfermato Conte, garante del primo e del secondo governo. Fin dagli inizi Conte e Salvini si sono beccati (“Lo sapevi, ne avevamo parlato!” “No. Non con me!” “Tu non leggi i dossier!” “E tu menti”). Ogni giorno mediazioni, deviazioni… che rendono incomprensibile la politica e ancor più sofferente la democrazia. Perché non si è andati a votare? Avrebbe vinto Salvini. Ed è un motivo valido? Ma avrebbe potuto vincere davvero? Si sarebbe votato in questi giorni forse o nella prossima primavera. Si sottovaluta la campagna elettorale, un periodo che può permettere di ribaltare ogni previsione. Sarebbe stata l’occasione di dire chiaramente quello che si vuole fare… Credo che sarebbe stata una campagna elettorale forte, viva, “educativa”. Candidati nuovi, una visione bipolare che avrebbe riunito le persone, coagulato gruppi diversi, i “cespuglietti” vari dovevano scegliere. Avrebbe trasformato le stesse forze politiche. Una sfida comunque di persone coraggiose e non di opportunisti. Non un voto di protesta ma un voto politico, di idee, di futuro. Non hanno avuto timore di Salvini, ma di se stessi. Ora ci troviamo nelle sabbie mobili con due raggruppamenti (5 stelle e Pd) impauriti, in un mondo che corre senza precedenti, con un governo incerto e “slegato” senza precedenti.

La situazione di Manfredonia. Dopo le elezioni del maggio 2015 (vittoria al primo turno con circa il 60%) due anni di governo “normale”, senza pensare a debiti, senza pensare a risparmiare. Il Sindaco Riccardi parlava (continue interviste, dichiarazioni) di un mega progetto con il Politecnico di Torino nella piana di Macchia, che avrebbe risolto per sempre i problemi della Capitanata, poi la scoperta di Energas e la lotta per raccolta di firme e referendum, infine il quarantesimo dello scoppio dell’arsenico… Niente altro che richieste di risarcimento, diversivi… Tutte cose ignorate nella campagna elettorale, come il bilancio disastrato. Improvvisamente nell’aprile del 2017 il Tar comunica a freddo che i debiti sono alle stelle. Obbligatorio un Piano di rientro, tagli, rischio di dissesto. Tutti colti alla sprovvista. Nel Pd c’erano dirigenti che dicevano di non saperne niente.

“Il piano di rientro, ho scritto su questo blog a fine maggio 2017, non è una operazione contabile. Si tratta di riscrivere il programma e c’è bisogno di una nuova legittimazione democratica”. Da più parti, figure autorevoli (opposizione in primis) parlarono di dimissioni, un nuovo voto. Occorreva reimpostare le scelte, le priorità. Con la lunga crisi si erano ridotti nel Sud i trasferimenti finanziari, e quindi a Manfredonia o si cambiava rotta e si amministrava con rigore o il dissesto. Insomma non vi erano più le risorse per alimentare il consenso, gonfiare alcuni servizi per clientele varie e alleggerire così in modo improprio la pressione sociale.

Si doveva ripensare tutto e andare coraggiosamente al voto. Dare un’opportunità alla città, un’occasione per uscire dalle ambiguità, compiere un’operazione verità… Forse non ci sarebbero stati più quelli che prendono 800 – 1000 voti. E invece niente. Un’amministrazione durata 4 anni, divisa nettamente in due. I primi due anni di propaganda, di promesse… e poi due di deriva democratica, spettacolo indecoroso di rimpasti e ricatti. Se si fosse votato allora, non ci sarebbe stata la commissione antimafia. Ci sarebbe stato un naturale ricambio, con qualcuno che scende per un giro dalla giostra. “Ma noi siamo responsabili”, dicevano al PD.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn