Fare un figlio: non è solo questione di soldi. E l’allattamento al seno non è “fast food”

SOCIALE

Le ultime statistiche di fine anno dicono che in Italia non si arresta il calo delle nascite. Per la prima volta diminuiscono anche i figli degli stranieri. E questo in un quadro che vede un lieve aumento del numero dei matrimoni, meno che in Puglia. Vi è sempre stata una connessione tra natalità e benessere economico. Ma oggi la scelta di fare un figlio (o invece di uno pensare a due) è fatta di tante cose. Ci sono analisi e pareri che non mettono strettamente in relazione la procreazione con la stabilità economica. Si parla “della difficoltà a individuare prospettive e valori sui quali costruire la vita personale e sociale e delle spinte individualistiche che accentuano la fragilità dei rapporti”. Le coppie, le famiglie vivono con ansia, persino con paura la proiezione nel futuro.

E’ quello che ha scritto una giovane donna: “Non è la maternità che mi fa paura. Né la difficoltà di conciliare la cura familiare e l’attività lavorativa o il non potere uscire con gli amici…  Mi fa paura la città, il mondo attuale, il mondo come cambierà. Forse sono vile. Oggi ognuno ha la sua verità. Quando si pensa al futuro si intende solo l’ambiente, la salute, i soldi. Sì, queste cose sono importanti. Ma io penso alle persone, alle relazioni…”

La paura è sentimento di cui ci si vergogna. E se fosse una buona base da cui partire? Se si riuscisse a trasformarla in premura e cura? La paura è il preludio necessario alla responsabilità. Come apprezziamo la libertà dopo la tirannia e la verità che vince sulla menzogna, così diamo valore alla vita, all’umanità, quando siamo in pericolo o diventiamo oggetto di degrado e di distruzione. “Piacer figlio d’affanno; gioia vana, ch’è frutto del passato timore“, dice Giacomo Leopardi (La quiete dopo la tempesta). La vita, infatti, dopo un pericolo scampato, ci appare più attraente e piacevole.

La paura del futuro è una paura speciale. Un’angoscia senza timore, persino vivificante, che invece di chiuderci, potrebbe spingerci a uscire fuori, a cercare gli altri, a ragionare insieme. La preoccupazione del futuro può far nascere un legame responsabile con gli altri, un bisogno di resistere assieme e di affrontare insieme le difficoltà. Un sentimento antico che fa della fragilità un punto di forza.

Il mondo è fragile: sia come mondo comune, pianeta, dimora dell’umanità e sia come mondo delle relazioni e dello stare insieme. Viviamo nella società del rischio e dell’incertezza e non pare ci siano alternative a una nuova cittadinanza che si prenda cura di sé, degli altri, del mondo.

La maternità – paternità è naturalmente lanciata nel futuro. Non possiamo fare a meno di sperare in un mondo che ci appaia più convincente non solo a garantire la sopravvivenza, ma anche a porre le condizioni per una “vita buona”. Ma questo significa costruire uno  scenario nuovo, riattivare la fiducia nella possibilità di poter modificare il presente. A partire dalle piccole cose. Mostrando apprezzamento e considerazione per tante persone che pongono nella vita e nel lavoro arte, piacere, creatività. Una piccola cosa è anche il rispetto per l’allattamento al seno. Riprendere una donna che allatta? Forse non si conosce quante sono nelle chiese le Madonne allattanti. Ma nemmeno si può averne una immagine da fast food. L’allattamento è un rito, un momento intimo che ogni donna vive in modo personale, fatto di gesti, parole, sorrisi, pause, sguardi, tempo. Così è pure il cambio del pannolino: un gioco, un dono reciproco. Per questo a Manfredonia, con l’Unicef, nacquero i baby pit stop: luoghi dove una mamma potesse allattare, cambiare… e conservare la privacy e l’intimità necessaria. Una piccola cosa.

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