Resistenza o resa. La linea sottile della responsabilità. Un dibattito a scuola.

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“Tu che sei lì, dimmi quello che vedi”, chiedono dallo studio televisivo; e da lì, inviati e freelance mostrano strade vuote, trincee, edifici neri e sventrati, morti, profughi…

I telegiornali, gli “speciali” aprono e chiudono con le stesse immagini: civili che si muovono in corridoi stretti (pochi vecchi, molte donne e bambini), bombardamenti, i Russi a 20 Km, poi 5, poi tornano a 20. Circondano ma non entrano. Da Kiev a Leopoli, alle frontiere, all’Italia. Badanti disperse e ritrovate, che accolgono… pianti… ovunque bambini che dormono, mangiano, guardano, non piangono (e questo desta meraviglia). Foto di bambini col fucile e si parla di “fierezza resistente“. Dicono che questa sia informazione, questo il compito del cronista. Il racconto televisivo con consente pause. Non c’è più un pezzo libero nella mente per l’immaginazione, per l’elaborazione personale. I talk show tentano di ripetere la stessa polarizzazione della pandemia; potrebbe essere l’occasione per approfondire, ma, se alcuni provano a fare un po’ di storia, vengono inseriti in elenchi speciali (putiniani); sono “poveri” docenti e studiosi che riportano nel dibattito le regole della storia e della ricerca.

Ci sono reazioni diverse e tutte piene di ansia. Pare che ci sia più paura ora che durante la pandemia. I genitori raccontano di bambini che si svegliano la notte, e le loro spiegazioni sono meno convincenti rispetto al Covid.

“Riuscite a parlare della guerra?”. “Ci proviamo, ma è difficile. C’è una carica di emozioni, i ragazzi vogliono parlare… raccontare quello che vedono, la classe è strepitante, vociante”. “Farli parlare è importante”. “Sono ragazzi di scuola media, proviamo a discutere della guerra, ma le parole tornano sempre alle persone che scappano, a quel nonno che resta e non vedrà più i nipoti…”.“C’è l’evidenza di un paese che aggredisce e un paese che si difende, ma non vogliono sapere come si è scatenato il conflitto?” “Qualche ragazzo è informato, dietro ci sono i genitori… Ma sai… i bambini e i ragazzi non sono curiosi del passato, di quel ch’è accaduto, forse nemmeno del futuro. Guardano quello che accade, la vita sconvolta, le famiglie divise, i rapporti, le amicizie…”.“La sana routine quotidiana! L’Onu sceglie un tema di riflessione nella giornata dei profughi e rifugiati, nel passato toccò proprio alla routine quotidiana, e ad essa si pensa vedendo le scuole distrutte, il parco giochi abbandonato…”. “Diversi ragazzi chiedono… perché non si arrendono? Resistenza o resa. Un bel dilemma! Ma per alcune ragazze non si può darla vinta a Putin…”. “E i tuoi colleghi?” “Dicono che farli parlare va bene, qualcuno fa ascoltare Zelenskij… Con altri docenti vorremmo far vedere qualche film sulla guerra, l’inutilità, le stragi, si propone il film Mission… Ne conosci altri?” “l’Arpa birmana… e poi film sui nativi americani… divisi tra combattere i ‘visi pallidi’ invasori o arrendersi e salvare così la comunità”.

Resistenza o resa. “Datemi armi e aerei”, dice ZelenskiJ e chiede al suo popolo di combattere a oltranza. Fino in fondo. Con ogni mezzo. E il rischio di allargamento del conflitto e di maggiori vittime proprio nelle città ucraine? A Kiev sono presenti 2 milioni di persone.

“L’Ucraina combatte per noi, per la libertà dell’Occidente, dobbiamo aiutarla”. Possiamo noi europei chiedere questo sacrificio? A ragazzi che hanno il diritto di crescere e scegliere poi per cosa e come lottare? Nell’Isola dei serpenti c’erano 13 giovani ucraini di fronte a una flotta, non si sono arresi. Sono diventati eroi!

“Bisogna resistere per modificare la situazione sul campo e poi trattare”. Quante uova bisogna rompere per una omelette “invisibile”. Tutti i capi di Stato hanno come primo dovere proteggere le vite (i corpi) dei propri concittadini. Si può mettere il punto e far prevalere la ragione e parlare anche con il nemico?

Questo è pacifismo? Questo è “né né”? E’ una proposta terra terra, rispetto agli appelli a combattere per nobili ideali. E’ solo invito a cercare compromessi, a evitare scelte disperate.

Si moltiplicano le immagini di cittadini ucraini che a mani nude affrontano i soldati russi, e protestano, parlano, discutono… Se ci fossero figure capaci di dare unità e voce a questa forma di resistenza… Quelle mani alzate non sono una resa all’arroganza, ma la conferma della dignità di un popolo.

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