L’estate è la regina. E i sensi (curiosi, impertinenti, democratici) la descrivono.

CULTURA

E’ l’estate la stagione regina. “Tanto bella che le altre le girano intorno. L’autunno la ricorda. L’inverno la invoca. La primavera la invidia (Flaiano). I sensi non sono inchiodati a una funzione specifica. Ci raccontano la vita, ci mettono in contatto con i ricordi, la nostalgia, ci danno il senso della bellezza… Agiscono insieme, hanno bisogno l’uno dell’altro. Una vista piacevole è sostenuta da profumi oppure è scombinata da odori sgradevoli o suoni irritanti. Si guarda il bel paesaggio del porto e si avvertono esalazioni di guasto e si vede e si sente la sporcizia intorno.

Un tempo per le strade si sentiva l’odore dei mercati rionali, dei cibi che si stavano cuocendo, dei forni. E in parte è ancora così. Gianni Rodari, in una sua poesia, dà un odore ai vari mestieri: c’è chi sa di terra, di farina, di noce moscata, di vernice… Solo i fannulloni non sanno di nulla e stranamente “puzzano un po’”.

Le stagioni si distinguono per la diversità degli odori, dei colori, dei suoni. L’estate si sente nell’odore acuto della salsedine nei pressi del castello di Manfredonia, nei colori del grano mietuto e delle stoppie nei silenzi del Tavoliere, si avverte purtroppo nell’odore delle creme di protezione che sulle spiagge impregna tutta l’aria, e poi le musiche che vengono dai lidi, che coprono il suono e il movimento delle onde, la luce…

E’ a partire dal Settecento che la vista conquista il primato. Assicura oggettività e fruizione della bellezza, mentre olfatto e udito erano considerati sensi imperfetti, attraverso i quali possono arrivare senza filtro aspetti sgradevoli dell’esperienza urbana. Eppure sono quelli più personali che ci fanno apprezzare un luogo, fanno affiorare abitudini e tradizioni. L’odore di dolci in particolari momenti dell’anno (carnevale e Natale) ci ricorda le festività più che il calendario.

Il primato della vista è ormai perduto. Si afferma la democrazia dei sensi.

C’è un odore delle singole città? Qualcuno sostiene che ognuna ha il suo profumo. Nella città contemporanea segnata da una ricerca di visibilità e competizione, si è alla scoperta di luoghi tipici e nascosti con odori, fragranze, essenze da valorizzare. E anche i privati sono invitati ad abbellirla con fiori ed erbe profumate. Vi è molta attenzione sulla riscoperta dei sensi e delle emozioni, e questo deriva forse dal maggiore valore attribuito alla vita quotidiana.

Ma mai come l’estate i sensi ci danno messaggi contrastanti. Passeggiata sul molo, l’odore di salsedine, suoni ovattati delle barche e del traffico lontano e…  ti affacci alla balaustra: plastica ovunque. Si puliscono gli angoli di Siponto e nella notte buste di immondizie riprendono il loro posto. Le piazzole di sosta lungo la strada delle saline (bandiere blu) non possono essere utilizzate, perché stracolme di immondizia a metà luglio… Anche la vista tradisce, le acque si vedono chiare e cristalline, poi si legge il rapporto di Goletta verde: la foce del Candelaro è fortemente inquinata (monitoraggio 17 – 20 luglio).

Un grande scrittore turco Yashar Kemal ci dice che uno dei luoghi più significativi delle città è la discarica dei rifiuti. “Niente mi ha parlato di Istanbul quanto i suoi rifiuti… E’ sporca Istanbul? L’immondezzaio puzzerà come una carogna… E’ più pulita Istanbul? Il lezzo sarà meno greve… Istanbul profuma di muschio? Anche l’immondezzaio profumerà di muschio…”. Kemal assicura che è vero. Non lo so. So che i rifiuti sono sempre di più e le “emissioni odorigene” più maleodoranti e ingannevoli.

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