I borghi antichi. Rilancio o eutanasia? Sul Gargano (Monte a parte) qualcosa si muove.
I comuni del Gargano si mettono insieme, per fare cosa si vedrà. Ma si riuniscono. Sono dodici. Esperienze positive di cooperazione anche sui Monti Dauni. Sono in sofferenza ma tengono,
L’Italia dei borghi soffre. Nel Sud soprattutto. Sui monti Dauni e sul Gargano si prospettavano durante la pandemia nuovi arrivi, alcuni tornavano per restare e coltivavano bei sogni: il lavoro a distanza e un nuovo modo di vivere. Invece la città ha fagocitato presto illusioni e aspettative.
Tutti i comuni medi e piccoli subiranno nei prossimi anni un forte declino, soprattutto nelle aree interne. Il “Piano strategico Aree interne” riguarda i paesi periferici, per i quali si auspicano forme di resistenza: associazionismo, interventi per istruzione, mobilità, difesa del territorio, e soprattutto per la salute. Ma la preoccupazione riguarda i comuni “ultraperiferici” (una realtà complessiva di 700.000 abitanti), molti segnati da uno spopolamento irreversibile, zero nascite, presenza di soli anziani. Devono essere accompagnati a morire? Si pensa all’assistenza domiciliare, infermiere di famiglia o di comunità, rete di cure palliative… Insomma badanti e farmaci, ma mancheranno interventi per opportunità di rilancio. Un’Italia profonda che ha custodito boschi, pascoli, acque, borghi storici, attività tradizionali che in alcuni paesi hanno tenuto aperta per i giovani la possibilità di restare e tornare.
Si sa bene che i borghi non possono sopravvivere senza aiuti. Il quadro è complesso e ci sono segnali contrastanti. Sui Monti Dauni le “pale eoliche” hanno dato reddito, ma hanno cancellato quel minimo di agricoltura e allevamento familiare. Ci sono ambientalisti radicali che non si preoccupano dei borghi antichi ed anzi coltivano il mito della natura selvaggia, liberata dalla presenza umana. D’altro canto c’è poco da obiettare a chi sostiene che pochi scolari potranno frequentare con maggiore profitto la scuola nella pianura.
Non mancano esempi di paesi ormai “perduti”, dove sono state riattivate attività artigianali, conservate le tradizioni… Così in Abruzzo, S. Stefano di Sessanio. Un piano di recupero di privati, che puntano a forme di ospitalità alternative: c’è confort, certo, ma non televisione. “Molto spesso, quando questi luoghi riprendono vita con progetti turistici, perdono la loro identità. Noi abbiamo lasciato le mura annerite dai fuochi che i contadini accendevano nelle case senza camino”. C’è un intenso odore di legna nella cucina della casa un tempo nobiliare dove ora si insegna a fare il pane agli ospiti e dove si offrono cibi con ingredienti e sapori della tradizione.
La collaborazione di istituzioni e privati è necessaria per sostenere chi si trasferisce nei borghi per lavorare a distanza, per gli artigiani, per gli immigrati… Vi è il caso di Ostana, nelle valli Occitane (Cuneo), il borgo da 5 abitanti è passato a 80. Pochi servizi essenziali, banda larga, attività culturali. O anche Castel del Giudice nell’alto Molise. C’è poi il caso di Comuni che hanno posto in vendita case a 1 euro, o a poche migliaia. Ma non è questione di casa o di cibi antichi, il problema è il lavoro, l’occupazione femminile, la connessione, la scuola, i trasporti…
Infine c’è la condizione di paesi più grandi che si riducono a livello di borghi. E’ il caso di Monte S. Angelo. Passeggiare in autunno – inverno per le strade del Centro storico è una esperienza molto forte: la maggioranza delle case sono chiuse, c’è sempre una grondaia malmessa, una finestra che sibila e segnala una assenza che dura da anni. Il Paese è intorno ai 10.000 abitanti, ma tutti gli indicatori (nascite, indici di vecchiaia…) dicono che si perderanno molti residenti in pochi anni. Si innestano sciagurati errori urbanistici e problemi antropologici complessi. Il paese è spaccato in due, nell’alto Centro storico una popolazione di ca 4 mila abitanti si arroccherà intorno al grande santuario, il resto lasciato a se stesso. Cresce la frazione di Macchia (dove si sono rifugiati molti benestanti) che reclama diritti. Due siti Unesco, la vicinanza con S. Giovanni Rotando (Padre Pio), la Foresta Umbra, il mare non lontano… Nella seconda metà degli anni Novanta era il paese più vivace del Gargano. Dagli anni sessanta – settanta le partenze massicce. Allora c’era un servizio pullman settimanale “Monte – Nova Milanese”, viaggiavano persone e prodotti tipici del paese. C’era un collegamento forte tra montanari partiti e Monte. Negli ultimi decenni lo svuotamento dei giovani è quasi totale. Non sono mancate iniziative significative: il festival di lega ambiente – sud, il festival dei cammini, Centro studi micaelici e garganici… A differenza di altri paesi del Gargano e dei Monti Dauni che sono “sorretti” dai compaesani lontani, a Monte S. Angelo si è cancellato il legame con le decine di migliaia di emigrati. Da un lato l’altezzosità di quelli che tornavano come turisti (l’accento nordico frettolosamente assimilato, giudizi negativi sul Paese), dall’altro la permalosità di quelli rimasti, la litigiosità di intellettuali locali, l’invidia sociale, le contrapposizioni preconcette, i protagonismi… e soprattutto la mafia montanara: ha segnato la storia di Monte S. Angelo per un cinquantennio, avvolta da un’ampia zona grigia, che non si è diradata




