Accade oggi in Francia. I “liceali” sotto accusa perché vogliono aggiustare un po’ il mondo.

SOCIALE

Dopo giorni e giorni di manifestazioni le risposte arrivano, tardive e contraddittorie. Ora c’è più cautela nel governo francese. Ma la reazione delle forze dell’ordine ha lasciato il segno.

Per oltre un mese rifiuto, chiusura, arroganza, risposte affidate solo alla polizia. Le proteste riguardano gli insegnanti che mancano, l’affollamento delle classi, l’organizzazione didattica, l’edilizia scolastica. “L’educazione è un diritto, non un privilegio per i ricchi“, “Licei abbandonati, gioventù sacrificata“. Cartelli e slogan vivaci, cortei affollati e gioiosi. La repressione è stata dura. Coinvolte la metà delle scuole francesi (anche gli istituti cattolici hanno espresso solidarietà), migliaia gli studenti interrogati, quasi 7000 fermati (“garde a vue”), di cui 4.000 minori. Alcuni feriti gravi. Forte la protesta contro la piattaforma (Parcoursup), che veicola l’accesso alla prosecuzione degli studi. Per gli studenti un meccanismo di esclusione, che non offre a tutti le medesime opportunità.

Nelle piazze francesi (e non solo) le manifestazioni sono spontanee e poco organizzate, manca una forte organizzazione alle spalle e un servizio d’ordine efficace. Il ricorso allo scontro fisico è frequente. I poliziotti non sopportano le riprese con il cellulare ed agiscono senza giusta misura, nonostante ci fossero i genitori nelle prime file a proteggere i ragazzi. Ma sulla mobilitazione degli studenti francesi, fin dall’inizio, c’è stato uno sguardo severo di autorità e istituzioni; qualche storico coglie un “andamento ciclico” nell’uso della forza e trova inquietante la repressione, nonostante le richieste e gli obiettivi fossero condivisibili. Siamo, però, in Francia, dove si apre una importante e difficile campagna elettorale presidenziale.

I liceali sono definiti immaturi, incoerenti, irresponsabili, manipolati e strumentalizzati. Sono trattati come una minorità indistinta e generalizzata, inaffidabile. Le rivendicazioni sono screditate e le opinioni derise. Niente di nuovo sotto il cielo. E’ così ovunque, oggi più di ieri. I giovani incapaci di pensare con la propria testa. Si affaccia una enorme contraddizione: da un lato si delegittimano i loro argomenti sotto il pretesto che sono dei ragazzi e che sono strumentalizzati, dall’altro lato, sul piano della repressione penale, subiscono una risposta poliziesca severa, comparabile a quella degli adulti.

Su Le Monde c’è una distinzione filologica interessante. Quando si parla di pensionati, agricoltori, poliziotti…  si usa l’aggettivo possessivo “nos” (nostro, nostri), per il movimento degli studenti si usa il solo articolo determinativo: “le, les” (i, gli).  “I liceali”, “gli studenti”, “i ragazzi”… Sono sentiti lontani dal corpo vivo della società, non li si ascolta, né si dialoga, e per loro si usa un filtro di incredulità quando dicono di preoccuparsi dell’avvenire. “Pensano solo a saltare le lezioni“. Gli adulti giudicano sulla base delle proprie esperienze scolastiche e ripetono solo personali convinzioni e luoghi comuni. “Le assemblee sono il laboratorio del caos”, “Melenchon e i deputati di France insoumise sono gli architetti del caos”. Dicono esponenti del governo. Molti cartelli contro Macron, che nei giorni caldi si trova a visionare il lancio di un missile nucleare. Pensa alla guerra. Dietro le rivendicazioni dei giovani appaiono angosce e paure per il futuro: i cambiamenti climatici, i debiti abissali, la guerra, e “un rancore profondo per i politici che lasciano un paese senza avvenire”

Su “Le Monde” si è aperto un dibattito con l’intervista a Laelia Benoit, sociologa e psichiatra dell’infanzia. Le risposte degli adulti e delle istituzioni sono fatte alla luce di un principio, “infantismo”. Come il sessismo (verso le donne), il razzismo (verso i neri…), i giovani costituiscono una minorità sociale (infantismo), che condensa pregiudizi e discriminazioni sistematiche. Si ricorda come si è agito e cosa si è detto quando c’era la mobilitazione di Greta Thunberg. La convinzione di “minori” manipolabili è una delle accuse più ricorrenti e devastanti. Credere che alunni, adolescenti, liceali non possano pensare con la propria testa e che possano essere strumentalizzati…  umilia e squalifica fortemente bambini e ragazzi.

“Infantismo” (da non confondere con infantilismo) è una parola che non si usa in Italia. Psicologi e psichiatri, però, conoscono bene il comportamento dei genitori che ignorano, decidono, controllano i ragazzi; senza volerlo, frenano lo sviluppo emotivo e psicologico. Non certo per mancanza di amore e affetto quanto per una difficoltà a riconoscere bambini e ragazzi come persone capaci di idee, riflessioni. Ci si preoccupa delle delusioni, frustrazioni, per cui anticipano, intervengono, proteggono. Un tempo si cresceva per le trasgressioni, ora attraverso le frustrazioni. Inevitabili nella vita di ciascuno. I bambini, gli adolescenti devono imparare a riconoscerle e a non scoraggiarsi, per farlo devono essere ascoltati e rispettati. E poi… ben vengano i movimenti, le proteste, le assemblee, possibilmente senza manganellate della polizia.

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