Il messaggio disturbante della domenica delle Palme e della pace. La storia di “ripudia”
La domenica delle Palme apre la settimana santa. Ragioni storiche e devozionali hanno reso il percorso doloroso di Gesù, la via Crucis, centrale nella liturgia cristiana, rispetto all’ingresso a Gerusalemme e alla stessa Resurrezione.
Venerdì scorso prima della domenica delle Palme, in ospedale, saluto il personale sanitario e le persone in attesa: “Colgo l’opportunità (e ne abbiamo bisogno) per auguri di una buona Pace e buona festa delle Palme… e di buona Pasqua”. Un attimo di sorpresa e poi sorrisi, tutti in coro: “Grazie, ne abbiamo bisogno… “. L’augurio di Buona pace, mai fatto prima da me, mi era uscito spontaneamente. Quel giorno ho vari appuntamenti e scadenze dopo un’assenza dalla città. Davanti all’edicola, in libreria, Aci, assicurazioni, bar… Ci ho preso gusto e ho dato gli auguri di buona pace… C’era una coralità spontanea e calorosa. Gli auguri di Buona Pasqua sembravano scontati, coperti dai commenti sulla pace. Quel giorno credo di aver incontrato un centinaio di persone.
Nessuna proposta alternativa, nessuna inversione teologica… Perché non dare importanza agli insegnamenti di Gesù nel viaggio verso Gerusalemme e poi nell’ingresso nella città, e successivamente nel tempio dove Gesù scaccia i mercanti e arrivano i malati, gli storpi… La via Crucis nell’arte e nella drammaturgia popolare ha trovato interpreti ispirati. A S. Giovanni Rotondo c’è la grande opera dello scultore Francesco Messina; frequenti sono le rappresentazioni popolari viventi, come quella di domenica scorsa nel fossato del castello di Manfredonia. Nessuna “diminutio” del percorso della Passione, ma dare una centralità alla giornata delle Palme e ai sentimenti di “Buona pace”, sarebbe nello spirito dei tempi.
A Gerusalemme si chiudono per il patriarca latino le porte della basilica del santo Sepolcro. Un malinteso ed errore di comunicazione? O la celebrazione della domenica delle Palme e la giornata della pace potevano essere “disturbanti”? Su quei luoghi mi giunge un commento sofferto. “…Dai fiumi di Babilonia fino al mare, dal Libano a Gaza, fino a Teheran, popoli interi sono straziati e in fuga, nella terra dove secondo le promesse messianiche doveva scorrere latte e miele, il vino è tramutato in sangue e questo discende a torrenti da tutte le croci; le religioni sono gettate nell’agone…” (A. Cavallini)
E’ difficile parlare di pace. Chi ci prova è un’anima bella, un illuso? Pericoloso parlare delle forme di resistenza, di dissenso alla guerra. E’ cambiato qualcosa in profondità. Le persone sono inorridite, gli intellettuali scrivono… ma i meccanismi che portano l’opposizione a divenire argine politico alla guerra, non si mettono in piedi. Le proteste di massa sono scomparse. Le vittime che portavano le guerre vicino a noi non ci sono più. Le guerre si fanno con l’intelligenza artificiale, dalle portaerei, munizioni di precisione, spionaggio elettronico. Arrivano tre cadaveri in Patria, invece dall’altra parte ci sono distruzioni totali e centinaia di cadaveri. Forse non arriverà la terza guerra mondiale, ma ci avviamo a una instabilità permanente. Il potere ha trovato il modo di fare la guerra distruggendo e uccidendo senza costi onerosi.
Noi siamo in guerra da spettatori, siamo protetti da una esile parola, “ripudia”. Bisogna fermarsi e capirne il significato. “Ripudia” non è solo un rifiuto, un rigetto, una negazione. E’ qualcosa in più. E’ ripugnanza etica per atti di offesa verso altri Paesi, che spinge a cercare prospettive di pace e cooperazione. La parola è stata scelta faticosamente nell’Assemblea Costituente da figure come Dossetti (che propose rifiuta), Togliatti, Lussu, Moro, Treves… Si usò quel termine (ripudia) dopo l’intervento di Amerigo Crispo, il quale osservò come “l’Italia rinunzia alla guerra” non riproducesse “il concetto di repugnanza morale per una guerra di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli”. Si doveva quindi esprimere una più netta riprovazione e sottolineare un impegno positivo e un forte sentimento democratico. La parola “rifiuta” era stata approvata in Commissione e venne sostituita da “ripudia” il 24 marzo 1947 nel dibattito in Assemblea. La parola ripudia richiama una storia terribile, esalta il valore della vita umana e indica la necessità di perseguire le vie del dialogo e della diplomazia. (Paolo Ciocia, Università di Milano)




