Il voto dei giovani e del Sud. Voto di protesta e prestito. La storia futura è tutta da scrivere.
Sono contento per la vittoria del “no”, ma non vorrei essere giudicato da quei giudici che con il pugno chiuso cantano e gridano quello stupido slogan: “chi non salta…”.
Il centro destra continua a dire che il voto del popolo va rispettato, ma il popolo non ha capito la riforma e ha perso un’occasione storica! Un giovane e battagliero avvocato mi dice in un bar di Siponto: “Quelli del “no” nemmeno hanno letto i quesiti. Come al solito hanno espresso un voto di protesta. Contro la Meloni si intende. Caduti nella rete del Centro sinistra”. Ha ragione. Il Referendum è sempre un voto “politico”, sempre un’occasione di polarizzazione. Anche il Referendum più richiamato alla memoria, quello sul divorzio, è inserito in un clima di cambiamento sociale enorme (famiglia, scuola, manicomi, caserme, costumi…). Gli attori (tragici o commedianti) recitano sempre su uno scenario di fondo importante.
Ha influito il mutato clima nel mondo: la guerra, le minacce… Il riarmo, crisi energetica, ricadute economiche… La popolazione non si fida, sa confusamente che ci vorrebbero trattative, diplomazia, detesta la legge del più forte. Sul quotidiano “la Stampa” on line esce due giorni prima del voto un “sondaggio shock”: 1 italiano su 2 è contro la spedizione italiana a Hormuz, e quasi la metà è per il petrolio russo. Poi ognuno ci mette qualcosa di personale: la casa, il lavoro precario, i mutui, la fine paventata del welfare… Uno scenario indistinto e carico di incertezze. Un coagulo confuso, e non ci si è fida di chi governa. Gli attori da “avanspettacolo” hanno recitato su questo sfondo. Gli elettori hanno avuto paura di quella “piccola” riforma della Costituzione, considerata non la più bella del mondo, ma l’unica àncora cui aggrapparsi.
I giovani si ritrovano sui social, ma si sono sempre aggregati e in modo alterno svolgono una parte attiva nei movimenti: Gaza, Ambiente, Libera… Quelli che scendono in piazza non sono solo antagonisti. Non è un coinvolgimento emotivo e non c’è un avvicinamento ai partiti, considerati autoreferenziali e poco preparati. Avvertono un disagio profondo per le scarse opportunità in patria, le contraddizioni del futuro prospettato, e sentono che cambiare il mondo significa prendersene cura.
L’appello di Schlein resta lì: “Venite nelle sezioni e lavoriamo insieme!“. I giovani non sono quelli dei girotondi, delle sardine. Si fanno sondaggi sulle primarie, i partiti ne parlano, mentre sono divisi su quasi tutto. Programmare mentre intorno c’è il terremoto è difficile: emergenza climatica, sicurezza, disuguaglianze… La pace innanzi tutto: tra le minacce di Trump e l’inerzia delle élite europee, la cui retorica pro-guerra in Ucraina mal si concilia con il ruolo di spettatori degli europei. Eppure su questi temi è fondamentale trovare un’intesa.
La vittoria del no è stata ottenuta al Sud, dove regna spesa pubblica, assistenzialismo, clientelismo. Si pensava che al Referendum ci fosse una scarsa affluenza, invece sono aumentati gli elettori molto più numerosi che alle amministrative. Era già successo nel 2018: in Puglia allora ci fu il travolgente successo del movimento 5 stelle, un “voto liberatorio” e il Pd scomparve. Nel 1922 le cose cambiarono: il consenso a 5 stelle si dimezzò, quello per il Pd e gruppetti fermo a 10 – 11%. Stabile il voto a destra. I voti perduti di 5 stelle ritornarono nel buio dell’astensione, erano complessivamente quasi la metà degli elettori. Ora quei voti in parte sono rientrati.
Nessuno sa bene che cosa è successo. E purtroppo nessuno cerca di capire. Il Sud si sente abbandonato dalla Meloni. I discorsi sul Paese che va bene, non valgono per il Meridione. Ma il Sud è abbandonato dal Pd, che si è affidato a esponenti locali non sempre all’altezza. E poi non è stato il Pd con Bonaccini e Gentiloni ad aver dato una spinta all’autonomia differenziata? E la Meloni non ha continuato sulla stessa via, senza che se ne parli? (Gianfranco Viesti)
Non si parla più di questione settentrionale e di secessione. In questi tempi di crisi energetica pretese forme di autonomia sono ridicole. Non si parla nemmeno di questione meridionale. C’è nelle regioni del Sud un disagio profondo per lr dinamiche demografiche e sociali, con i giovani che partono e con territori (La Capitanata) scarsamente rappresentati. Si può affermare però che acquisisce peso una generazione più consapevole e meno rassegnata, convinta che la realtà cambia con un lavoro collettivo. Una generazione che deve acquisire la forza di chiedere decisioni più trasparenti, diradare la nebbia e l’opacità di certe scelte: il Pnrr mancato, le rinnovabili (ma non ci avevano detto che eravamo i primi?)… Come trasformare il voto referendario in voto politico? E’ difficile senza dibattito pubblico e informazione.




